“I cieli di Philadephia” di Liz Moore

Un libro con una partenza diesel, almeno per me, che ho faticato ad entrare nella storia e un paio di volte sono stata tentata di abbandonarlo. Ringrazio, però, la mia determinazione a dover portare a termine ciò che inizio perché, ad un tratto, mi sono trovata catapultata in un bellissimo romanzo, di cui, successivamente, ho faticato ad interromperne la lettura per dedicarmi anche ad altri impegni. Quando il motore è entrato a pieni giri, non sono mancati colpi di scena e azione ed anche il finale è stato, per me, una vera sorpresa.

“I cieli di Philadelphia” è un romanzo giallo, ma non solo, è un romanzo psicologico e di formazione in cui si mescolano, fino a fondersi in alcuni momenti, la storia familiare della protagonista, di sua sorella e un caso di polizia. E’ ambientato a Kensington, quartiere degradato di Philadelphia, e le storia si snoda negli ambienti malfamati del quartiere tra personaggi dalla dubbia moralità, poliziotti corrotti, tossici e giovani prostitute. Un’incursione nella società americana che la penna di Liz Moore ha reso molto realistica.

Il racconto si apre sulla scena di un delitto, quello di una giovane prostituta, da cui si discosta quasi subito per spostarsi sulla protagonista, Michaela Fitzpatrick, agente di polizia e voce narrante, che inizia un racconto del suo passato e quello di sua sorella e la sua ricerca di quest’ultima. I due filoni narrativi si alternano, fino alla fine, in un arco temporale che è un “allora” e “adesso”. Passato e presente che si lasciano e prendono continuamente tramite eventi di adesso che portano a riflettere su scelte di allora, per, poi, ritornare ad adesso.

Nel corso della storia c’è un prendere coscienza da parte di Michaela delle implicazioni psicologiche che gli eventi familiari e sociali passati, hanno avuto sulla vita sua e quella di sua sorella portandole ad essere quello che sono: due persone diametralmente opposte, ma che, in qualche modo, nonostante il distacco e le incomprensioni nel loro vissuto, sono sempre legate una all’altra.

Ci allontanammo sempre più l’una dall’altra. Senza di lei la mia solitudine diventò clamorosa, un rumore di fondo costante, un arto supplementare, una lattina vuota che mi tiravo dietro ovunque andassi

Rimaste orfane, ancora bambine, sono cresciute, dalla nonna Gee, in un ambiente in cui l’affettività è sempre stata latente, ma una ne “sembra” uscita responsabile e retta in grado di un riscatto sociale che l’ha vista elevarsi rispetto all’altra rimasta vittima del degrado, della prostituzione, di una vita ai margini, un destino quasi ineluttabile sancito dal mondo di nascita e crescita. Due sorelle in contrapposizione che, nonostante la vita le abbia separate, trovano la forza di unirsi per superare le difficoltà di un destino molto duro.

Liz Moore ha una scrittura fluida e scorrevole, le sue descrizioni sempre precise e attente, non mancano di crudezza quando necessario, anche se, secondo me, in alcuni momenti si dilunga un po’ troppo in esse, ma, probabilmente, è ciò che rende la storia alquanto realistica. I personaggi sempre ben delineati denotano uno studio attento nella costruzione della loro psicologia ed emotività. Niente viene lasciato al caso, ogni tassello del puzzle è messo con estrema cura, fino a portare una storia articolata ad un finale chiaro e ordinato come un puzzle appena completato.

Un romanzo forte che pian piano arriva a colpirti, ne consiglio la lettura.

Questo libro è per chi ha un posto segreto dove conservare i ricordi più cari, per chi ha visto cadere la neve sul palco dello Schiaccianoci, per chi da piccolo storpiava irrimediabilmente ogni parola, e per chi ha trovato il coraggio di affrontare i propri errori in nome della verità, per aprire gli occhi sul mondo come fosse la prima volta.

“Il peso”

Non è l’ennesimo post sulla dieta, ma “Il peso” è il titolo del libro che ho terminato di leggere in questi giorni, di Liz Moore.

“Ogni sera mi ripeto che domani sarà diverso e nuovo, che domani sarà meno brutto, anche di poco”

Sto pensando cosa scrivere di questo libro, perchè voglio scriverne, ma sono in difficoltà, non so da dove cominciare, per farvi capire di più dovrei narrarvi la storia, ma poi ne rovinerei la lettura. Posso, però, dirvi che ha smosso dentro di me una ridda di sensazioni che, in qualche momento, mi hanno fatto andare in crisi.

Vi consiglio di leggerlo anche se so che a qualcuno potrebbe non piacere. Io stessa mentre leggevo non riuscivo a capire quanto mi piacesse. Diversamente dal solito, che un libro lo divoro, ho interrotto la lettura diverse volte, mi sentivo tremendamente triste, sentivo il bisogno di staccare un pò e pensare ad altro, ma l’ho ripresa sempre, perchè si intuiva che sarebbe arrivato meglio. Adesso, dopo averlo metabolizzato, se dovessi dargli un punteggio, credo che il massimo sarebbe giusto. E’ un libro che fa riflettere, che fa vivere delle emozioni intense, si fa leggere bene, c’è forse un eccesso di descrizioni, ma la lettura scorre, comunque, fluida e fa ben sperare. Si mi è piaciuto!

Ho letto il libro dietro il suggerimento di un amico, non so se sia uno di quei libri che avrei comprato incrociandolo casualmente su uno scaffale in libreria, ma ho voluto fidarmi di chi me l’ha consigliato e l’ho acquistato.

Nel voto positivo che do al libro concorre un anedotto, nella prima pagina, grazie al quale è scattata la molla che mi ha spinto ad iniziare seriamente una dieta

Sono passati anni dall’ultima volta che sono stato in uno studio medico e allora ne pesavo duecentoquindici e hanno dovuto mettermi su una bilancia speciale.

non perchè sia sui 200 kg come il protagonista Arthur Opp, ma proprio per non arrivare mai ad un peso tale, finchè i kg da perdere non sono troppi, meglio darsi da fare. La “bilancia speciale” mi ha subito fatto pensare a quelle con cui pesano gli animali oppure i camion prima senza e poi a pieno carico. Se, all’inizio, ho usato questo aneddoto per far ridere la mia famiglia, sul perché ho iniziato la dieta , la realtà è che non reggerei all’imbarazzo nel sentirmi dire “Signora venga andiamo alla bilancia speciale” .

Ebbene si uno dei protagonisti del libro è un uomo in soprappeso, ma un sovrappeso importante non quelli di cui ci lamentiamo spesso noi donne che ci vediamo la pancia o il culone e urliamo “Ahhhh sono obesa”. Arthur Opp è un uomo molto grasso, maledettamente grasso, ma continua a mangiare tutto quello che vuole e non perde occasione per consolarsi con una buona dose di prelibatezze, apre il frigo e tira fuori di tutto, in casa sua c’è ogni tipo di cibo che acquista sempre online. Per Arthur, però, “il peso” non è solo quello corporeo, ma dietro a quel peso c’è molto di più.

Infatti, il tema che il libro tratta è il “peso della solitudine”, sia della solitudine auto imposta come quella di Arthur Opp che della solitudine causata dall’abbandono degli altri.

I personaggi sono tutti esseri fragili, descritti con una certa eleganza, che per scelta o no, sono soli e si sono incontrati nel corso delle loro vite. In ognuno di essi c’è il desiderio di riscatto da questa solitudine e lo cercano nella maniera che è loro più congeniale.

Tutti e due nascosti nelle nostre case, raggomitolati in noi stessi in solitudine. Entrambi soli. Avrebbe potuto essere tutto diverso, ho pensato. Molto diverso. Ma non ci ho riflettuto più di tanto.

Un libro che mi ha fatto riflettere molto sulla solitudine che è diversa dal mio amare “star sola”, che quando voglio ho la possibilità di avere compagnia o di confrontarmi con gli altri, uno “star sola” a cui, però, non vorrei un giorno abituarmi troppo da dire “Ma non ci ho riflettuto più di tanto” oppure “Mi sentivo destinato alla solitudine, certissimo che un giorno mi avrebbe trovato, così quando è accaduto non mi sono stupito e l’ho perfino salutata con gioia

Buona lettura a tutti solitari e non!