“Oggi cucino io!”

“Si vabbè!” La mia risposta all’affermazione di mio figlio.

Dopodichè, mentre mio figlio mi diceva “Quando torni devi insegnarmi a fare le tagliatelle” sono uscita di casa per affrontare una mattina impegnativa.

Alle una ero ancora in macchina e lungi da me era il pensiero del pranzo e dell’insegnare a mio figlio a fare le taglietelle, anche perchè avrei bisogno di imparare anch’io.

Una delle cose che, però, ho cercato di trasmettere ai miei figli è l’arte di arraggiarsi. Se il frigo è pieno, qualcosa da preparare per pranzo, cena o merenda si trova sempre, quindi mio figlio di fame non sarebbe morto.

Alle due, rientrando a casa, ho ho dovuto prendere coscienza  di potermi ritirare su un eremo. Perlomeno ai pasti, non c’è più bisogno di me.

Ho trovato, in tavola, un bel piatto di fettuccine all’Alfredo (non so con precisione quale sia il condimento), ma l’aspetto era invitante.

Mannaggia alla dieta, mi son dovuta limitare ad apprezzarne l’aspetto, ma il papà mi ha confermato che erano buone.

Non so se ha vinto l’arte di arrangiarsi o il fatto che la strada per l’indipendenza passa anche per lo stomaco, ma il figliolo di fame non è morto e io ho fatto un ulteriore passo avanti verso la mia indipendenza.

“I tempi duri non durano mai, ma le persone toste sì!”
(Robert Schuller)

È finita … finalmente

Ed anche la terza maturità (4 con la mia)  della mia vita si è conclusa. 

Dopo aver passato buona parte della mattina al pianoforte, probabilmente per vincere l’ansia, il più piccolo dei miei ragazzi è andato a sostenere l’esame orale, “Com’è andata?” “L’ho zittiti tutti!”, questo mi fa ben sperare, chiudendo così il cerchio delle scuole superiori nella mia famiglia.

Fare tre volte le elementari, tre le medie e tre le scuole superiori sono oltre trent’ anni di storia, geografia, fisica, matematica, italiano, disegno ecc, ecc. Trent’anni che tutte queste materie, quando più, quando meno, sono andate e venute nella mia mente. Trent’anni che si da la caccia al libro o al quaderno se non addirittura allo zaino o all’abbonamento dell’autobus “Mamma hai visto il mio libro di storia?” “Mamma mi hai spostato il quaderno di italiano?”. Trent’anni spesi a far capire ai ragazzi che lo studio, al di là di quelle che saranno le loro scelte lavorative o di vita, è importante perchè avere una testa pensante e saperla usare rende liberi. Trent’anni spesi a insegnargli il rispetto nei confronti dei professori, bidelli, compagni, anche di quei professori che forse non lo avrebbero meritato, ma il compito di un genitore è calmare le acque e non agitarle.

Finalmente oggi, dopo trent’anni (chissà me la daranno la pensione?), posso dire basta, staccare la spina e rilassarmi, lo so saranno solo 5 minuti di relax, ma voglio prendermeli tutti.
Cinque minuti per dimenticare, si fa per dire, Dante e Beatrice, Renzo e Lucia, il triangolo di Tartaglia, equazioni, funzioni, tangenti, meiosi, mitosi, il registro elettronico, i voti, le giustificazioni, le scuse ed anche alcuni professori che per nulla onorano la scuola italiana – poi mi prenderò del tempo per ringraziare quegli insegnanti che ogni giorno hanno onorato e onorano la loro professione.

Finalmente è finito il tempo del dire “Hai studiato?” “Ti sei preparato per il compito?” “Veloce che perdi l’autobus!”, delle file interminabili per parlare con i prof, la cosa che ho odiato di più in tutti questi anni, in particolare quando avanti a  me trovavo il genitore che monopolizzava anche il mio tempo, delle chat chilometriche con i genitori, che non hanno mai portato ad un nulla di fatto, ma solo ad una valanga di
notifiche.

Per quanto questa conclusione sia stata incerta e bislacca, vi assicuro non solo per colpa del Covid – la scuola spesso ci mette del suo per essere incomprensibile tanto agli alunni quanto ai genitori (immagino anche ai professori) -, finalmente è arrivata ed io sono felice, felice, felice.

Nuovo giro di boa e via verso altre mete e orizzonti.

Inizia il mio ruolo di mamma che aiuterà il piccolo a lasciare il nido per vivere lontano da casa la sua nuova avventura di studente universitario, che sarà completamente una sua responsabilità, e, subito dopo, mi metterò in moto con alcuni progetti che ho in mente per sfruttare al meglio il tempo che, dopo anni, tornerà ad essere completamente miooo!

anche per me!

Il signor Precisetti

“Il mondo è un certo numero di tenere imprecisioni” Jorge Louis Borge

Il signor Precisetti vive ormai da tanti anni in una grande famiglia i cui membri hanno imparato a volergli bene, gli è costato qualche sforzo farlo, ma ce l’hanno fatta, fino al punto che senza di lui non riescono più a dare un senso alla loro vita.

È un uomo molto intelligente, forse troppo ed anche preparato, fa il Professore.
E’ la classica persona che ama precisare sempre ciò che dice lui e ciò che dicono gli altri, oppure chiedere precisazioni altri altri su ciò che stanno dicendo ed, inoltre, le sue precisazioni sono giuste a prescindere, a quelle degli altri, se non le boccia subito, al massimo, concede il beneficio del dubbio.

È un personaggio un pò tosto, perchè con lui un discorso no sense non può mai essere fatto, quei bei discorsi che non sai da cosa hanno inizio e dove andranno a finire, che dicono tutto e il contrario di tutto e che ti portano anche a fare tante risate, niente con lui non attecchiscono, ti riporta subito all’ordine.

Dialogare con lui è, ogni volta, come discutere una tesi di laurea, occorre citare le fonti, portare tutte le tesi e la documentazione esistenti che hai raccolto a supporto di ciò che stai dicendo, anche se parli del tempo, minino devi citare la fonte meteo, non può bastare che lo hai dedotto dalle tue sensazioni, tutto ciò uno stress non indifferente.

Voli pindarici? Sia mai!

Sogni impossibili? Banditi, consentiti solo quelli che hanno un 100% di possibilità di realizzazione, ovviamente non sono più sogni, ma progetti in via di esecuzione, lui considera sognare tempo perso e non educativo.

Sarò un capricorno atipico, con la testa tra le nuvole e i piedi piantati a terra, ma io amo sognare e adoro il “no sense” quindi immaginate quanto posso andare d’accordo con il Sig. Precisetti.

Quando ho occasione di incontrarlo, chiacchieriamo a lungo, rispettando sempre le sue regole: argomenti e argomentazioni sensate, linguaggio corretto, se sbagli un congiutivo alza il cartellino rosso, giallo se l’accento dialettale diventa troppo pronunciato, nel caso devi riavvolgere il nastro e ripetere tutto dall’inizio. Un minimo di credibilità, dopo svariati cartellini, con lui sono riuscita ad averla, non mi reputa totalmente idiota e, per me, è già una conquista.

Ultimamente, specialmente parlando di coronavirus, l’ho trovato davvero esagerato con le sue precisazioni, al punto che ho deciso di dichiarargli guerra, ma lui non lo sa, anzi non l’ha ancora capito, perchè è talmente preciso e talmente incapace di rilassarsi un pò, che ogni volta che gli mando qualche stupidata non si chiede se lo faccio di proposito o no e, anzichè farsi una risata, si preoccupa di iniziare subito una ricerca per inviarmi tutte le tesi che dimostrino che è una stupidata.

Ovviamente non deve essere una stupida totalmente stupida, deve far venire un minimo di dubbio che sia vera, così che lui possa pensare che io la considero vera.

Perciò, ogni giorno come me ne capita una o trovo una notizia curiosa gliela giro via WhatsApp e lui subito mi chiede tesi a supporto e se ho controllato le fonti, rispondo “non saprei” e do il via alla sua ricerca. Dopodiché, soddisfatta, mi concedo qualche sogno ad occhi aperti, perdendo così il mio tempo, mentre lui perde il suo a cercare precisazioni per me … chissà che prima o poi non arrivi a capire che la vita e le persone possono essere accettate anche con un pò più di leggerezza?



P.S.: oggi il signor Precisetti ha fatto l’ennesima precisazione che ha precisamente dato il via al mio articolo con cui tengo a precisare la sua precisione 🤪

#quannocevòcevò

altrimenti tradotto …

Social, Asocial, Antisocial o Social a metà?

Internet è un dono di Dio. Può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti”. Papa Francesco

Ovviamente quanto andrò a scrivere non è un trattato sociologico, è soltanto la mia esperienza personale nel mondo del web prima e dei social media poi, uno in particolare “Faccia libro”.

Premetto subito che la mia avventura nel web è iniziata in un’epoca in cui Facebook, Twitter, Instragramm non esistevano ancora. Facebook, molto probabilmente, cominciava allora a prendere forma nei pensieri di Mark Zuckerberg, per palesarsi a tutti noi solo qualche anno dopo.

A quel tempo navigavo per curiosità, maggiormente ricerche tecnico-informatiche. Il mio approccio mentale logico-matematico mi portava a voler capire come funzionava in concreto questo mondo, come viaggiavano i bit, come andavano a comporre un sito internet, una notizia, un’immagine e come arrivavano a me, ho un pò romanzato la descrizione, ma spero di aver reso l’idea. Ogni tanto mi concedevo qualche divagazione alla ricerca di notizie curiose, di qualche informazione su film, libri o su programmi che seguivo in TV, perciò facevo qualche salto in forum o blog dedicati.

Il salto più coinvolgente è stato in Splinder, dove mi imbattei in un blog, gestito tutto al femminile. Quattro ragazze dai nick curiosi tagliavano e cucivano con intelligenza e sagacia su cinema, televisione e dintorni. I loro articoli erano divertenti, a volte proprio esilaranti, ognuna con uno stile che si addiceva alla perfezione al nick scelto. Nel far si che la mia, da una frequentazione saltuaria, divenisse una frequentazione fissa (del tipo pranzo, cena e colazione, massì dai prendiamoci anche un tè) fu un attimo.

Splinder offriva la possibilità di una chat, quindi iniziai a chattare con loro, dalla chat di splider si passò alla chat di msn, da msn al telefono. Ormai, grazie alla chat e agli articoli pubblicati, sapevamo quasi tutto di noi, non ci restava che conoscerci dal vivo, scoprire chi era bionda o chi era mora, chi alta, chi bassa, se eravamo dei ciospi o delle fighe da paura, but “not problem”, l’amicizia era ormai consolidata ed anche la più ciospa sarebbe stata abbracciata fortemente, perchè ormai era Ammmore, si si con tre m non ho sbagliato.

Dal telefono, che non bastava più, passammo all’organizzare incontri veri e propri in giro per l’Italia unendo l’utile al dilettevole, visitare nuove città matteggiando e godendo della compagnia reciproca. Nel frattempo mi avevano invitato a scrivere nel blog ed anche io ero diventata una blogger come loro. Negli anni i nostri vari incontri si sono affollati, non eravamo più soltanto noi che scrivevamo, ma anche altre amiche che ci seguivano sul blog, insomma un bel gruppo allegro, divertente con cui posso dire di aver fatto belle esperienze di vita. Tutto è durato finchè non sono arrivati per tutte impegni familiari e lavorativi sempre più pressanti: bambini da seguire, studi da completare, lavoro da non perdere di vista, ma, non meno importante, nell’allontanamento dal blog, fu l’arrivo di FB, ill social per eccellenza.

All’inizio fui un pò restia nel mio ingresso in fb, mi affacciai timidamente, i miei contatti erano loro, le mie amiche blogger, ma con il tempo la mia rete si estese, vuoi la foto figa che avevo messo (non ditemi che voi non scegliete la più figa che non ci credo), vuoi che avevo superato il disagio iniziale mi lanciai, mentre, nel frattempo, il nostro blog affondava insieme a tutto Splinder e non eravamo nemmeno interessate a traghettarlo in un altra piattaforma, perchè, ormai, eravamo traghettate tutte altrove. (ahimè quanti articoli divertenti abbiamo perso nel naufragio).

“50 amici, 100, 200, madò quanto sono popolare” gli amici e amiche su Fb aumentavano, anche mogli o fidanzate gelose, ma io sono brava. Feci nuove amicizie che si aggiunsero alle vecchie, ma con il tempo realizzai che non era la stessa cosa. Era tutto un mordi e fuggi, nessuno era così interessato ai tuoi pensieri, tanti alla tua foto, tanti alla cazzata veloce (e io sono la regina delle cazzate) che magari scrivevi. La mia percezione era che la maggior parte erano li perchè non avevano altro, altri interessi o un altro mondo da frequentare che non fosse fb, e parecchi amavano farsi i fatti degli altri (questo lo scoprii quando, abbassando la guardia, iniziai ad aggiungere i parenti, i vicini, gli excompagni di scuola).

Tentai, invano, di coinvolgere gli “pseudo-amici” in discorsi più seri, niente, nessuno recepiva. Un giorno scrissi solo “Etciù” una valanga di commenti “Salute” “Salute e figli maschi” “Ne ho tre grazie, bastano e avanzano” al chè pensai “annamo bene, annamo” per non dire poi delle polemiche che ogni tanto mi capitava di leggere: se uno diceva mela, l’altro insisteva sulla pera, se diceva pranzo allora no doveva essere categoricamente merenda, fossero state polemiche costruttive ok, ma, a volte, rasentavano la rissa virtuale. Bo non mi sembrava un mondo così social, anzi più che altro antisocial … motivo per cui sono sparita per un bel pò, mantenendo, però, l’abitudine a qualche incontro con un’ amica del vecchio blog.

Ritorno su fb ad inizio quarantena, mi riaffaccio timidamente come sempre e gli amici son sempre li a socializzare, ovviamente il tema principale sono il virus, la quarantena, il governo. Ho scoperto che nel frattempo si son tutti laureati in virologia ed epidemiologia, sanno tutto sul virus che nemmeno l’Oms è al corrente di taluni aspetti. Tutti esperti: di protezione civile (sicuramente le loro misure sarebbero state meglio); in misure precauzionali, che, se avessero fatto loro, il virus nemmeno in Cina si sarebbe propagato; per non dire poi del “tutti esperti in gestione dello Stato”, tanti novelli Robespierre, che avrebbero impartito ordini a destra e manca “e vedrai se le cose non sarebbero andate meglio”.

Ho ripreso in mano il mio esperimento handemade. Dopo aver letto qua e la qualcuno lamentarsi “la chiesa Cattolica si prende anche l’8 per mille e non aiuta nessuno” ecc, ecc, pubblico la lettera di Conte ad Avvenire, in cui ringrazia la Conferenza Episcopale per aver devoluto una ingente parte dell’8 per mille per l’emergenza coronavirus” (parlo di fatti non esprimo alcuna opinione politica, quelle le tengo per me), ovviamente nessuno se la fila, posso dire caga? nessuno se la caga. Rende più l’idea.

Da li ho postato altre cose serie, ma niente, non arrivano, ho postato le solite ca@@ate tutti presenti, anche al mio esperimento già collaudato “etciù” una discreta presenza, ma starnutire di questi tempi non è bene, però avevo la mascherina 😷 … quindi ora come allora ne deduco che le persone in FB, ci sono a metà, con solo una parte di se stesse, quella che vogliono mostrare, e, magari, quella che loro pensano sia la parte migliore. Le persone io le voglio conoscere nel loro insieme e nelle loro peculiarità, se debbo socializzare voglio sapere con chi socializzo, con chi parlo e vorrei la certezza che posso parlare di tutto, dall’argomento serio, importante, anche avendo visioni diverse, alla scemenza più scemenza che mi possa venire in mente. Socializzare non può essere fatto solo di battute fini a se stesse, che ti dicono tutto, ma non t’hanno detto nulla. Quindi, da tutto ciò, la mia convinzione che nei social non siamo poi così tanto social o, per lo meno, se non vogliamo dire “asocial” siamo social solo a metà.

Su twitter sarò veloce … li se non hai il pedigree meglio che non ti affacci.

#dimmisuchesocialvaietidiròchisei