Erotica apparenza

Dammi 3 parole: brutto, tagliato, quindicina

Solo a guardarla ho l’acquolina in bocca, invece non capisco se lei sia più spaventata o disgustata,  sembra abbia visto il demonio “È una pizza rilassati!” le dico “nulla di tanto pericoloso!”

Con le pupille fisse che sembrano sul punto di saltar fuori dalla loro sede naturale, forse più per una blefaroplastica esagerata che il disgusto, mi grida “Non puoi mangiarla!” e subito dopo, voltandosi indispettita, si dirige nel corridoio davanti allo specchio “per spazzolarsi i fluenti capelli biondi che nell’ultimo decennio non ha mai tagliato per questo sono così voluminosi” (parole sue). Mentre sistemo la tovaglia sulla tavola osservo con la coda dell’occhio il suo rimirarsi soddisfatta e la delicatezza dei suoi movimenti di spazzola, del resto non può metterci troppa forza, rischia di rovinare le extension.

Tra un colpo di spazzola e l’altro continua a ripetermi “Non mangiarla, ti farà  male! Non sai che la farina  favorisce diabete e tumori, mentre il lievito provoca gonfiore addominale? Mangia i cavoli, le zucchine, quelli si che fanno bene” “I cavoli tuoi farebbero anche meglio” penso prendendo un piatto nella dispensa e lasciando che continui a parlare “I pomodori dell’orto, gli spinaci” e tra me e me “bla bla bla”.

Eccola che torna “Sei proprio decisa a mangiarla?!” “Certo che non sei insistente nemmeno un pò! Si l’ho preparata perché mi andava ed ora la mangio” le rispondo piuttosto seccata mentre la osservo indossare la giacca che lascia aperta affinché si veda il maglioncino che mette ben in evidenza le tette. Con quello che le sono costate, circa un anno fa, non può mica nasconderle! Non è rimasta soddisfattissima del risultato, il chirurgo ha potuto farle solo una seconda, ma le ha consigliato di mangiare di più e mettere su un pò di ciccia così aumentano anche in maniera del tutto naturale. Magari una bella pizza super farcita al posto di due zucchine bollite e un finocchio?

Qualche mese prima di farsi le tette aveva sollevato gli zigomi e gonfiato le labbra. Queste ultime, ogni tanto, le richiedono un pit stop e quando lo fa, per un periodo,  il culo di gallina le riesce da manuale, poi pian piano si sgonfia e allora vai di nuovo con il pit stop.

Ovviamente anche i suoi glutei non sono immuni a ritocchi. Qualche anno fa li ha sottoposti ad un trattamento, ma non so quale.  Per avere quasi sessant’anni  sono  perfetti, i miei nemmeno a 30 erano così, forse, ogni tanto, dovrà revisionare anche loro? Saranno estate/inverno come le gomme? Ogni due per tre fa l’ozonoterapia, ma non ricordo di preciso a che pro se per le gambe o l’ addome. Farsi iniettare ozono è sicuramente più salutare di quel brutto e cattivo lievito di birra.

“Vado, ci vediamo la prossima settimana. E non mangiarla ti farà male!” mi dice accennando un saluto con la mano e dirigendosi verso la porta di casa “Ok non la mangio, ciao!” le rispondo pensando che è una gran  rottura di balle. “Dimenticavo,  posso mandarti su WhatsApp i nomi di un paio di prodotti. Me li puoi cercare online e ordinarmeli?” “Ok manda pure” le rispondo mentre chiude la porta.

Un paio di mesi fa  mi ha chiese di cercarle  un prodotto a base di collagene da prendere ogni sera, un’altra volta l’argilla che fa bene per il gonfiore addominale e per il fegato, questo lo disse una volta in cui le chiesi se voleva unirsi al tè e pasticcini che stavo prendendo con delle amiche. “Sei matta? Io prendo solo argilla” “Argilla?!” rispondemmo in coro.

Una quindicina di giorni fa mi ha fatto ordinare l’avena. Li per li alla parola aveva ho pensato avesse un cavallo, invece ci fa colazione.

Il messaggio è arrivato, questa volta le serve il fieno greco “Questo mi è nuovo” penso “A cosa servirà? Avrà di nuovo un cavallo?” no rassoda il seno “Mon dieu! Ma se lo ha nuovo di zecca?!”

Fieno ordinato. Finalmente mi siedo pronta a gustarmi la mia pericolosissima e, forse, mortale pizza sperando di non morire avvelenata prima di averla terminata. Sorridendo ripenso al suo “Mangia i cavoli” e mi scappa un “Tiè”  dopodiché   affondo con gusto e soddisfazione i denti in quel boccone caldo e filante che, fino all’ultimo boccone, inebria tutti i miei sensi e distogliendo l’occhio da ogni mio rotolino o cedimento strutturale penso “Cavoli son viva! Che fortuna!”, e così ci ho messo anche i cavoli, contenta mia cara?

“Sono per la chirurgia etica, bisogna rifarsi il sennò” Alessandro Bergonzoni

L’acquerello (Dammi 3 parole)

Ormai saprete del gioco iniziato con la mia socia di blog, in caso contrario leggete qui. Il testo a seguire è frutto del mio tentativo di giocare, le parole che la mia socia mi ha assegnato sono state: gambo, cibo e disegno

L’acquerello

Alcuni segni neri imprecisi si librano in volo su un cielo azzurro, mentre altri si nascondono tra le nuvole bianche sparse qua e là. Un grande tondo giallo arancio, spropositato per quel cielo, si affaccia da dietro una nuvola, è il sole che espande i suoi raggi fino alle montagne coperte di neve che segnano la linea dell’orizzonte. Sotto quel cielo azzurro la neve brilla. In basso un lago ghiacciato è incastonato tra le montagne. Sulla riva del lago, tra gli alberi innevati, una casetta in legno prende vita. Ha il tetto coperto di neve e un comignolo da cui un fumo bianco e grigio sale verso l’alto.

“Bello!” pensò Adele osservando il disegno appena trovato nel cassonetto e chiedendosi se fosse stato un bambino o una bambina a disegnarlo. “Perché lo avranno buttato?” disse mentre con la mano guantata a righe marrone e arancio spostava una fogliolina ormai secca che vi era attaccata e lo ripuliva da qualcosa di appiccicoso. Lo guardò bene un’ultima volta e lo mise nella busta piena di stracci che aveva con sé continuando, subito dopo, la sua ricerca nel cassonetto.

Era alla ricerca di qualcosa di commestibile e, di solito, era fortunata: un gambo di sedano o il gambo di un carciofo, una carota un po’ rinsecchita, qualche patata vecchia, un limone muffo a metà, si trovavano. Nei giorni più fortunati riusciva a trovare qualche uovo scaduto da poco e ancora integro o della pasta e, allora, riusciva a mettere insieme qualche pietanza quasi decente: una frittata di gambi di carciofo o una frittata con le patate, una pasta in bianco, ma bianca proprio, il parmigiano e l’olio non li aveva mai trovati. Quegli scarti di cibo erano la sua fortuna, anzi la sua sopravvivenza. Ogni tanto provava ad immaginare quelle persone così fortunate da poter gettare via le uova scadute da poco o le patate solo perché avevano qualche germoglio, ma non poteva soffermarsi a lungo su quell’immagine senza sentire una stretta al cuore.

“Spesa fortunata oggi” pensò Adele trovando un pacco di spaghetti e uno yogurt scaduti da poco che, sentendo avvicinarsi il camion della nettezza urbana, mise velocemente nella solita busta per poi incamminarsi soddisfatta, specialmente per aver trovato il disegno. Era la stessa soddisfazione che provava quando trovava un libro o un giornale ancora leggibili anche se alla tenue luce di un mozzicone di candela.

Il cassonetto era vicino ad uno di quei bei palazzi signorili che costeggiavano la strada lungo il fiume. Adele non viveva molto lontano, doveva camminare solo qualche centinaio di metri ed arrivare al ponte lì vicino.

La sua casa, con le pareti di lamiera e cartone che la dividevano da altri come lei, aveva il ponte come tetto. Quel ponte univa gli argini del fiume che la separava dal suo passato. Da tanto tempo, ormai, lottava per cancellare quel passato dalla mente, convinta che non potesse più tornare.

Era una comunità piccola quella in cui viveva ora. Vi si era inserita qualche tempo prima, una comunità ai margini, dove la vita stessa era un optional e non poteva pretendere altro. All’inizio non era stato facile, qualche lite più o meno violenta, qualche insulto per trovare una sistemazione, finché non era riuscita ad appropriarsi di quell’angolo e nessuno le aveva dato più fastidio. Un fuoco, che divideva con gli altri, la scaldava quando era molto freddo e le consentiva di prepararsi un po’ di cibo.

Arrivata nel suo angolo, tirò fuori dalla busta il bottino della giornata insieme al mucchio di stracci che si portava sempre dietro per paura che glieli rubassero, erano le sue coperte per la notte. Prese il disegno e lo appoggiò ad una delle pareti di cartone. Finalmente un po’ di colore e di luce in quel posto misero e triste. Qualcosa che le avrebbe scaldato un po’ il cuore, perché dai colori si capiva che chi lo aveva disegnato era felice e, proprio per questo, non si spiegava come avessero potuto gettarlo via. Adele non era esperta, ma per lei quello era proprio un gran bel disegno e quella sera si addormentò guardandolo. Sperò che quel lago tra i monti potesse essere lo scenario dei suoi sogni e si immaginò in quella casetta, seduta davanti al caminetto ad ammirare il lago.

L’indomani si svegliò presto come faceva ogni giorno, radunò i suoi stracci nella solita busta, mangiò un biscotto che era già vecchio quando lo aveva trovato, ma il cui sapore era ancora tollerabile e si avviò per il suo solito giro alla ricerca di cibo.

Era tutto molto diverso da quando, qualche anno prima, poteva permettersi di entrare in un supermercato e riempire il carrello della spesa senza pensare troppo, ma la vita cambia e può capitare che un giorno ti ritrovi a non avere più nulla, che non è colpa tua se ti capita, e che non hai nemmeno qualcuno disposto ad aiutarti veramente e che, nonostante la rabbia e la delusione, provi una gran vergogna per quel fallimento da convincerti che sparire sia l’unica soluzione.

Nel caso di Adele fu qualcosa di molto piccolo, qualcosa di invisibile, ma che racchiudeva la forza di una grande calamità, di quelle che quando passano si lasciano dietro morti e disperazione.

Adele aveva perso tutto, prima il lavoro, poi i risparmi, in seguito la casa ed infine l’auto. Non era stata l’unica, ma lei non ce l’aveva fatta a riprendersi, si era sentita sopraffatta da quella catastrofe al punto che, con le poche cose che le erano rimaste, qualche tempo prima, di notte, aveva attraversato, con passo stanco, quel ponte. Per tutto il cammino una pioggia torrenziale aveva offuscato, insieme alle lacrime, il suo sguardo, ma non si era fermata. Voleva allontanarsi da tutto e da tutti per cominciare una nuova vita dall’altro lato, ma fu di nuovo un fallimento e si ritrovò a vivere sotto quel ponte. “Sempre meglio del non vivere affatto” si ripeteva spesso.

Risalito l’argine del fiume Adele vide l’edicolante che sistemava la locandina del giorno e, come faceva sempre, si avvicinò per leggere. Nonostante la sua infelice situazione, amava sapere del mondo intorno a lei. Del virus nessuno parlava più, la vita era andata avanti, almeno quella degli altri. Solo politica, economia “Mah!” esclamò avvicinandosi “Quello è il mio disegno!” e si soffermò a guardare meglio “Si è proprio lui! Quel sole così grande, il lago, la casa di legno” lesse il titolo scritto sotto – Presi i ladri del furto alla casa d’aste, recuperata la refurtiva, manca solo un acquerello di grande valore – non terminò di leggere che velocemente fece ritorno tra i suoi cartoni e lamiere.

Il disegno era ancora li, lo guardò a lungo, era proprio lui e si, sembrava proprio originale. In un angolo c’era una sigla, M.P. che il giorno prima non aveva visto “non lo ha dipinto un bambino” pensò mentre metteva il disegno nella solita busta e tornava a risalire l’argine.

Seduta al tavolo, assaporando la sua frittata di carciofi veri e non di soli gambi, Adele osservava il disegno sul muro della sua piccola cucina: il sole troppo grande, il lago, la casetta.  Era l’unica cosa che aveva chiesto nel restituire l’acquerello, ne voleva una copia per la sua casa di cartone e lamiere. Ma insieme alla copia arrivò anche altro che le consentì di iniziare la nuova vita di qua dal ponte come tanto aveva sperato.

“– Che fai nella vita?
– Lo scrittore, ho un blog. E tu?
– Il pilota, ho lo scooter.”
(Chetetuitti, Twitter)

P.s.: Se avete voglia di giocare possiamo trovare 3 parole per voi, fatecelo sapere nei commenti.

Quella volta che … (parte uno)

molti anni fa Quarantenastyle (per chi non lo sapesse la mia compagna di blog) venne a fare una breve (troppo) vacanza nella mia regione, ospite a casa mia, insieme al più piccolo dei suoi indiani. Stabilito il periodo, subito cominciai a pensare cosa potevo organizzare affinché la vacanza restasse impressa nella sua mente e in quella dell’indianino e, più che altro, che lui non ricordasse il suo viaggio a Perugia, dall’amica di mamma, come una rottura de ball o, per lo meno, non come una completa rottura de ball, perché un po’ di rottura non potevo proprio evitarla.

È noto che la mia è terra di santi e per la sua bellezza è stata, anche, d’ispirazione per alcuni poeti, ma un ragazzo di 12 anni non lo colpisci portandolo sul cammino di San Francesco, Santa Chiara, Santa Rita o San Benedetto da Norcia, tanto meno mostrandogli il panorama che fu d’ispirazione a Dante e che citò nell’XI canto del Paradiso.

Intra Tupino e l’acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo,
Fertile costa d’alto monte pende,
onde Perugia sente freddo e caldo da Porta Sole;
e di rietro le piange per grave giogo Nocera con Gualdo (Dante, Divina Commedia, Canto XI -Paradiso)

Figuriamoci se li portavo a rimirar le fonti del Clitunno che colpirono così tanto il Carducci da ispirargli, la poesia “Alle fonti del Clitunno” che fa parte della raccolta “Odi barbare”

Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,
tutto: de’ vaghi tuoi delúbri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi (Giosuè Carducci)

Mi serviva qualcosa alla Super Mario Bross, per coinvolgere un dodicenne nella mini vacanza, magari non proprio una principessa da salvare, ma qualcosa che ci facesse saltare, correre o arrampicarci, qualcosa di inusuale.

Iniziai a vagliare tutte le possibilità che la mia regione offriva dalla speleologia (ma io con le grotte ho qualche problemino), alle arrampicate (non se ne parla e se le corde non tengono?), il deltaplano (quasi, quasi, ma Quarantena non prende nemmeno l’aereo) …. raftinggg!!! Siiii l’acqua è il mio elemento! Sul Corno o sul Nera? Prese tutte le informazioni al riguardo … fu rafting sul fiume Corno … evvai di avventuraaa!!!

Cosa non meno importante insieme al rafting in val Nerina, oltre la norcineria potevo rifilargli qualche santuario tipo Cascia e, a Roccaporena, la scalata (quasi roba da Super Mario) fino alla cima dello scoglio dove Santa Rita si ritirava in preghiera.

La vacanza ha funzionato? Echevelodicoaffà? Quarantena dopo dieci anni ancora ne parla, l’indianino, che ormai è un pellerossa adulto e cavalca la prateria in piena libertà, qualche sorriso, allora, lo aveva accennato … quindi si spero di si … ho iniziato a lavorare sulla prossima, sono indecisa tra lancio con il paracadute, lancio con il parapendio o, forse, meglio un tranquillo giro in canoa sul lago Trasimeno? La vacanza scorsa quest’ultimo lo abbiamo trascurato.

Quarantenastyle quand’è che arrivi?

Stay tuned (miiiii da quanto volevo scriverlo 😀 ) …. presto Quarantenastyle con la seconda parte.

Quando Cenerella non aspettò il principe

Quest’oggi ce l’ho con Cenerella. Per la verità è da ieri che sto maturando questo sentimento avverso, più penso al suo personaggio e più mi sale l’embolo e ringrazio la sorte per avermi regalato tre figli maschi. Mi hanno salvata dal dover raccontare la favola o dal dover guardare con loro il cartoon, sognando insieme l’arrivo del principe. Certamente mi sono dovuta adeguare ad una vita in caserma tra commilitoni, ma ciò ha fortificato il mio carattere, sono diventata un pò commilitone anch’io, per tenere a bada 4 uomini e un cane il carattere devi tirarlo fuori, non puoi mica essere Cenerella.

Quand’è che cominci a detestare Cenerella? Quando ti trovi ad aver a che fare con una Cenerella dei giorni nostri e, anche peggio, con la sua matrigna. Cenerella è giovane ed inesperta e quasi, quasi, ti viene di scusarla e comprenderla, ma per quell’arpia della matrigna non ci sono scusanti, anzi pensi che vorresti riscrivere “la favola” e farle fare una finaccia. Di versioni della favola ne esistono tante ed io ne voglio una tutta mia. Ho chiesto per anni all’extraterrestre di Finardi di portarmi via perchè volevo una stella tutta mia e non mi ha accontentata, almeno avere una versione di Cenerella tutta mia che mi sia concesso.

Cenerella era una bravissima fanciulla, le sorellastre e la matrigna delle emerite stronze. La sfruttavano e si burlavano di lei, mentre loro si divertivano a corte e andavano a spasso con conti e duchi, la povera fanciulla puliva, rassettava la casa, preparava il pranzo e come unico svago non le restava altro che parlare con topolini, uccellini o qualunque altra specie che non fosse umana, compresa una fata un pò svampita.

Ho immaginato per un momento che Cenerella dopo tanto lucidare gli argenti; togliere la cenere dal camino; correre di qua e di là; aggiustare l’abito ad Anastasia; fare la treccia a Genoveffa che, con la treccia o lo chignon, sempre racchia resta; preparare il tè a quella scioperata della matrigna, un bel giorno, stanca di tutto ciò e consapevole che il principe azzurro è una favola metropolitana, trova il coraggio di mandarle tutte al diavolo. Dopo aver assestato un bel calcio in culo alle sorellastre, piazzato un destro in un occhio alla matrigna, si strappa il grembiule di dosso, infila un paio di scarpe comode, ma non di cristallo e, rivolgendosi verso di loro facendo il gesto dell’ombrello, si sciacqua dalle balle. Fossi in lei anche una bel vaffa alla fata Smemorina non lo risparmierei. La strunz non poteva trasformarla in principessa per sempre? No! Le doveva dare la scadenza nemmeno fosse un vasetto di yogurt.

Quindi la nostra Cenerella, ormai libera da tutti questi familiari opprimenti, se ne va.

Comincia con il cercarsi un lavoro, in qualche modo dovrà pur vivere, e scopre che, purtroppo, non potrà essere il lavoro dei suoi sogni, perchè con quello non riuscirebbe a sbarcare il lunario, ma dopo aver accettato il fatto il lavoro esce fuori e il lato finanziario è sistemato.

Affitta una casa, sicuramente senza camino, di cenere ne ha pieni gli zebedei, l’arreda secondo i suoi gusti. Prende con se anche un bel gatto da coccolare, una gabbietta con dei canarini e pure 2 criceti (le vecchie abitudini son dure a morire) e inizia la sua nuova vita.

Cenerella va al lavoro, frequenta gli amici, va al cinema, a cena fuori, viaggia, fa shopping con le amiche, accudisce i suoi animaletti. Quando è a casa se ha voglia pulisce, lava e stira oppure ciondola oziosamente, ma nessuno le dirà nulla perché sarà libera di vivere come vuole.

Intanto la matrigna e le sorellastre proveranno in ogni modo ad entrare nel suo mondo e, poichè lei è buona e gentile, concederà loro di passare a vedere se sono ancora vive non più di una volta al mese, forse 2 nel caso in cui abbiano un raffreddore grave, in caso di Covid ancora meglio perchè le sarà proprio proibito avvicinarle.

Ah ma loro insisteranno e insisteranno “Cenerella il camino è pieno di cenere passa da noi” “Cenerella la mamma non sta tanto bene ha bisogno che passi dal dottore per le ricette” “Ceneeeeerella dobbiamo andare al gran ballo non possiamo lasciare la mamma da sola, vieni a farle compagnia

Ma Cenerella è ormai una donna forte, indipendente e resta ferma nella sua scelta, senza farsi venire dubbi se possa aver sbagliato o no a mandare al diavolo matrigna & C., perciò non esiste scusa alcuna che possa farla desistere dal rispettare la regola di una volta al mese per le visite.

Cenerella arriva ad essere così forte e cazzuta da potersi permettere, un giorno, di lasciare la sua casa e di andare a vivere con un bel principe che la ama follemente e che brama solo il suo amore. Al principe non interessa se lei lava e stira le camice, perché sa farlo anche da solo, se ne frega se un giorno lei non riordina la casa, perché è bello stare insieme anche in mezzo al disordine e quando avranno voglia, dopo aver riso tanto, essersi amati, aver giocato e scherzato, la casa la riordineranno insieme, lasciando fuori dal loro nido matrigne, sorellastre e chiunque altro possa turbare l’armonia della loro vita insieme.

Perché se non sei tu a salvare te stessa, non c’è principe che potrà farlo! E nemmeno fata, le fate non esistono e nemmeno le zucche che si trasformano in carrozza, perché le zucche restano zucche, al più, ci fai la vellutata.

“C’è un momento che devi decidere: o sei la principessa che aspetta di essere salvata o sei la guerriera che si salva da sé…” (Marylin Monroe)

dedicato alla mia “sister” sicula a cui voglio un bene immenso.

Lei e l’Altra

Lei è una mia cara amica e non è sola, c’è anche l’Altra, mia cara amica anche lei. Sono in due, come due gemelle diverse, ma dipendenti in tutto e per tutto l’una dall’altra, al punto che se non ci fosse una delle due, non potrebbe esserci l’altra. Convivono in periodi alterni nella stessa persona, a volte è più presente Lei, a volte l’Altra e, al di la della diversa durata di questa presenza, i periodi sono diversi in tutto e per tutto.

Ho iniziato a conoscere la mia amica nel periodo in cui era presente Lei ed era, sicuramente, il migliore dei due.

Quando era presente Lei il mondo che la circondava era più luminoso, lo erano anche i suoi occhi che si accendevano diventando vispi, attenti, brillanti, pronti a catturare ogni sfumatura.

Lei rendeva la vita molto interessante, ti faceva venire il desiderio di viverla al massimo. Si percepiva da lontano l’energia e la forza che il suo corpo emanava, la sua voglia inesauribile di fare ti travolgeva, nella sua testa frullavano sempre un milione di pensieri e idee che ti inondavano come un fiume in piena.

Ho sempre avuto l’idea che i suoi sensi fossero più sviluppati dei miei, anche la sua percezione del mondo, alla sua attenzione non sfuggiva mai nulla, vicino a lei mi sentivo spesso come “Alice nel paese delle meraviglie”.

Lei imbastiva e portava a termine progetti su progetti, organizzava, per gli amici, cene da far invidia al miglior catering della città; gite al mare, al lago; tour fotografici alla scoperta di luoghi interessanti; si dedicava, coinvolgendomi (e mi lasciavo coinvolgere mooolto volentieri), allo shopping e alla spesa quotidiana (per questa non cedevo al coinvolgimento, partecipavo solo alla pausa caffè tra il passaggio dalla macelleria alla panetteria, ooodio la spesa quotidiana); la palestra era il suo stile di vita, beata lei; la camminata giornaliera il suo must, ogni tanto convinceva anche a me, ma solo ogni tanto.
La sua casa era sempre ordinata, pulita e quando entravi il profumo di fresco ti inebriava le narici; i vasi di fiori non erano mai vuoti; si prendeva, amorevolmente, cura delle piante sui balconi e mi rimproverava, spesso, per come trattavo e tratto le mie che hanno dovuto imparare l’arte di cavarsela da sole; jazz o blues risuonavano nelle sua casa, ma credo anche nella sua mente e nel suo cuore …
L’ho sempre vista, come una persona con una festa infinita, fuochi d’artificio compresi, dentro, che le davala carica e la spingeva a fare, fare … a vivere una vita “sopra il quinto rigo musicale” tutte note alte o altissime, qualche volta queste note altissime erano difficili da sopportare, ma valeva la pena farlo.

Poi, all’improvviso, non si sa come o perchè, arrivava l’Altra … la sua gemella, ma opposta, e prendeva il suo posto.

L’ Altra subito spengeva la musica, voleva silenzio, ed abbassava anche le luci. Insieme alla musica, alle luci, cancellava gli amici, me compresa.

I fiori cominciavano ad appassire nei vasi; le tante idee e i progetti che “Lei” aveva in mente si scioglievano come neve al sole; nella sua casa il caos cominciava a prendere il sopravvento, perdeva di vista ogni cosa. Nulla la interessava più, i suoi occhi si spengevano e la festa era finita .

Le sue giornate diventavano monotone, sole, nuvole, profumi, colori, diventavano irrilevanti; il suono del telefono, un fastidio. Con l’Altra esisteva solo un grigio che copriva tutto, come una coltre di nebbia. L’Altra voleva solo dormire e quando non dormiva piangeva fiumi di lacrime. In tutto questo grigiore resistva solo l’affetto della sua famiglia che, per fortuna e per amore, anche non capendo, non la lasciava sola, io a volte non capendo, lasciavo in sospeso la decisione su come comportarmi, non comportandomi in alcun modo.

La mia amica era ed è bipolare.

Tanti anni fa non mi capacitavo di cosa le succedesse, ma nemmeno lei stessa lo faceva, e pensavo “Mamma mia! Certo che sei strana parecchio” .

Poi un giorno, uno di quelli in cui, probabilmente, si sentì “arrivata alla frutta”, chiese aiuto e lo trovò, prendendo, così, coscienza del suo problema e rendendone consapevole anche me che giravo, spesso, nel suo mondo. Lasciò che questo aiuto, che arrivò come il famoso spiraglio di luce in fondo al tunnel, la guidasse nel capire il perchè di questo suo sentirsi tanto “up” e subito dopo altrettanto “down”

Le spiegarono, e lei spiegò a sua volta a me, che era una malattia, che come si può essere diabetici, cardiopatici, si può essere bipolari e che, anche per questa, esistevano delle cure.

Sicuramente una malattia complicata da capire più delle altre, specialmente se non la conosci, il primo pensiero è, certamente, che una persona così sia strana, lunatica, disturbata.

Dopo averle fatto tante domande e grazie, anche, ad alcune mie esperienze personali, sono riuscita a capire abbastanza di quel che le capitava. Non era una sua scelta cambiare al punto di diventare l’Altra, anzi “Lei” non lo avrebbe voluto mai, ma non poteva farci nulla, succedeva e basta, l’Altra arrivava e la metteva KO. Non deve essere stata facile vita in cui “Lei e l’Altra” litigavano, continuamente, per il posto in prima fila.

Comunque, dal momento in cui si è lasciata guidare, ha imparato a non avere più paura dell’Altra, perché sa che la più forte, ormai, è Lei ed, ora, lo sappiamo anche tutti noi che le vogliamo bene.

Ormai è qualche anno che é presente, quasi sempre, soltanto Lei, la sua vita e più tranquilla e pacata, non vive più note sopra l’ultimo rigo, ma vive nelle righe. “L’altra“, ogni tanto, prova a romperle le scatole, ma nel giro di una giornata, Lei riesce a prendere il controllo della situazione. Non sono più esistiti periodi in cui mi ha allontanata per tanto tempo facendomi venire la voglia di dirle “fai un pò come ti pare” anche se poi non l’ho mai fatto, il bene che le voglio mi ha sempre fatta desistere.

Spero qualcuno potrà trarre utilità da questo racconto e ringraziando Lei, per avermi concesso di parlarne qui, vi riporto il suo consiglio … quando sentite che qualcosa non va in voi … trovate il coraggio … il coraggio di chiedere aiuto.

“Si passa da momenti di felicità estrema a momenti di incredibile tristezza” (Lei)

Lo lascio o no? Decisione difficile

Vi è mai capitato?

Si, di avere quel desiderio di essere lasciati andare, ma poi, se poco, poco, il desiderio sta per realizzarsi siete i primi a fare un passo indietro? “No! No! No!” “Voglio, ma non posso” “Non ce la faccio, ma dovrei farlo!” “Basta devi lasciarmi andare, ma ancora un pò si può, dai.”

Sta capitando a me, è un tira e molla che, ormai, dura da un pò. Provo, con mille buoni propositi, a tirare dal mio lato, ma lui, dal suo, ne ha mille più uno assai convincenti e sta tirando più forte di me.

Debbo prendere la decisione e trovare in me la forza di agire, mi costringerò a mettere da parte l’attrazione fisica e il piacere che provo a stare con lui, specialmente in una giornata un pò cupa e uggiosa come questa e lo lascerò, anche se il secondo successivo ne sarò già pentita.

Con lui sto bene, forse troppo, ma è diventato un rapporto in cui sono, ormai, troppo dipendente alle sue lusinghe.

Forza e coraggio! È ora di mettere fine a questa storia e, mentre vi auguro buona giornata, vado ad esser chiara e diretta con lui …

“Ho una giornata intensa che mi aspetta e sono ancora qui a crogiolarmi sotto di te … basta piumone malefico! Tra noi (per oggi) è finita!”

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#iorestosottoalpiumone

Un sentito ringraziamento al mio pelosetto che ha posato al posto mio

“Gli abbracci sono una grande invenzione.
Ma anche il piumone non scherza.” dal web