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Il club del libro e della torta di patata di Guernsey (Mary Ann Shaffer & Annie Barrows)

Non ho l’abitudine di guardare film tratti da libri che ho letto, sono convinta che se ho amato il libro il film non mi piacerebbe. Stavolta è andata diversamente prima ho guardato il film su Netflix perchè incuriosita dal titolo, e si il film mi è piaciuto, poi ho scoperto che era tratto da un libro e mi sono detta “debbo leggerlo”.

Il film è stato bello, ha colto bene la storia d’amore che vive anche nel libro e caratterizzato bene i vari personaggi e i luoghi, ma il libro è un’altra storia. E’ il libro che non ti aspetti, che ti coinvolge al punto che ne diventi parte e allora piangi, ridi, ti emozioni insieme ai suoi personaggi, in pratica il film lo giri te. Con la tua immaginazione e aiutata dalle descrizioni dell’autrice, dipingi la tua Juliet, i tuoi Sidney, Dawsey e via, via il film prende vita e tu ci sei dentro, apri le porte, sbirci nelle stanze, senti gli odori, i rumori. Un libro emozionante, commovente, coinvolgente, ipnotico, frizzante, in una parola meraviglioso!

“Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey” è un romanzo epistolare, è lo scambio di lettere tra un gruppo di personaggi che per vari motivi, anche fortuiti, entrano in contatto tra loro. Juliet, la protagonista, ne è il fulcro. E’ grazie alla sua empatia che si innesca una fitta corrispondenza epistolare tra i personaggi che mi ha catturata e catapultata in un viaggio bellissimo nell’anno 1946, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, tra Londra, la Scozia per approdare, infine, sull’isola di Guernsey accanto a lei. Juliet è una ragazza simpatica, arguta, indipendente, di professione scrittrice che, avvezza a scrivere pezzi umoristici, ha deciso di voler scrivere un libro serio, perciò è in cerca di una storia da raccontare.

La fantasia dell’autrice, Mary Ann Shaffer, ha ricamato su eventi storici realmente accaduti e su cui si è ampiamente documentata, una storia di coraggio, amicizia, solidarietà, di amore per la lettura, direi una lode al potere dei libri. E’ la storia di come nasce il club del libro di Guernsey, isola della Manica al largo della costa della Normandia, ma dipendente dalla corona Britannica, il perché di quel nome, dei vari personaggi che fanno parte del club e di Juliet che, grazie alla lettera ricevuta da uno di loro, ne viene a conoscenza.

“Gentile signorina Ashton,
mi chiamo Dawsey Adams e vivo nella mia fattoria a St. Martin’s Parish, sull’isola di Guernsey. la conosco perchè ho un vecchio libro che un tempo apparteneva a lei, Saggi scelti di Elia, di un autore il cui vero nome era Charles Lamb. All’interno della copertina era riportato il suo nome assieme all’indirizzo”

Sono gli stessi personaggi, tutte persone semplici che, tramite le varie lettere, raccontano le loro esperienze di vita e gli orrori vissuti durante la guerra che, anche se drammatici, sono dipinti dall’autrice con tinte così delicate da renderli commoventi. E nell’intreccio di queste storie, prende vita anche la storia d’amore di Juliet.

Nel 2006 una casa editrice accettò il manoscritto del libro, ma pretese dei cambiamenti che Mary Anne Shaffer, gravemente malata, affidò a sua nipote Annie Barrows presente anche lei come autrice.

Che il libro mi sia piaciuto molto lo avete capito, qualcuno di voi lo ha letto? Gli è piaciuto?

“Leggevamo, parlavamo, discutevamo di libri e così diventammo sempre più uniti. Altri isolani chiesero di partecipare e le nostre serate insieme si trasformarono in riunioni allegre e spensierate. Riuscivamo quasi a dimenticare, a volte, il buio che imperava” (da Amelia a Juliet)

THE PERFECT MAN (part.1)

(dammi tre parole: INCONTRO EQUILIBRIO CASSA)


“E dai suuuuu, scrivimi il tuo numero di whatsapp. In mare la connessione non funziona”.


La loro amicizia, se così la si può definire, nacque solamente un’ora prima di quel fatidico messaggio. Fu lui a contattarla attraverso messenger, senza che lei avesse mai fatto nulla per agevolare tutto ciò. Non un messaggio equivoco, mai una foto che mostrasse la mercanzia ed ancor meno qualcosa che potesse far pensare, ad un qualsiasi mortodifiga, che dall’altra parte ci fosse una persona disposta a perdere il proprio tempo ingrassando l’ego di uno dei tanti narcisi che popolano la rete.


“Mi spiace, non do il mio numero a sconosciuti”.
“Sconosciuti? Ma se ti ho raccontato tutto di me, ormai siamo amici!”.


Eh già, che sciocca … e pensare che lei aveva sempre creduto che le amicizie si costruissero col tempo, messaggio dopo messaggio, condivisione dopo condivisione. Era così che aveva sempre funzionato nella sua vita.
Sorrise a sé stessa, ripensando a ciò che Narciso le aveva appena raccontato di sé e riflettè sulle modalità di approccio che rispecchiavano un cliché ben collaudato … e decise di rimanere al gioco.
Non per masochismo o ancor peggio per autolesionismo ma semplicemente per approfondire il lato oscuro della mente umana. Ci era già passata nella sua vita, aveva già avuto a che fare con un narciso e dopo un tempo fin troppo lungo era riuscita a distaccarsene. Ormai si era fatta gli anticorpi e nulla e nessuno sarebbe riuscito ad intaccarla, ma la curiosità di approfondire quel modus operandi, fin troppo standardizzato in un certa tipologia di uomini, la incuriosiva.


Fece scorrere il mouse a ritroso, nella chat di Messenger e si soffermò sulla vita di Narciso.


“Mi chiamo John Smith (ma vaaaa, almeno ha avuto il buongusto di non presentarsi come John Doe) sono un ingegnere petrolifero di Houston, Texas. Sono separato e non ho figli. Vivo e lavoro in Italia, in pieno mediterraneo, ma la mia casa è in America, ho cinquant’anni, amo tantissimo leggere e cerco una compagna”.
“WOW che culo”, scoppiò a ridere Laura, “l’uomo perfetto CERCA ME, PROPRIO ME ME ME MEEEEEE 🤣🤣🤣 !”
John Smith tornò alla carica: “Se ti scrivo il mio numero, mi aggiungi su whatsapp? Non possiamo continuare su Messenger, ho problemi di connessione qui nel mediterraneo e mi spiacerebbe perdere la nostra preziosa amicizia”.


L’insistenza di Narciso iniziava a darle sui nervi, era palese che la necessità di spostarsi su altri lidi telematici non fosse dettata dal wifi ballerino ma dal timore di venir sorpreso dalla propria consorte incazzata nera perché stanca di esser presa per il culo da un uomo di merda. Anche perché, diciamocelo, il sistema di crittografia end to end di whatsapp non è supportato da piccioni viaggiatori che volano in EQUILIBRIO sulle onde radio fischiettando allegramente “Nel blu dipinto di blu”… in qualche modo la connessione dovrà pur funzionare, “anche in pieno Mediterraneo”. “No, grazie”, gli rispose, ”se ti fa piacere possiamo continuare a scriverci su messenger, raccontami qualcosa di più su di te, dove lavori esattamente?”.
“Te l’ho detto, lavoro in pieno mediterraneo. Vivi con i tuoi figli? Ti va di darmi il tuo numero? Vorrei conoscerti meglio. Cosa stai facendo adesso?”
“Ecchecazz, ma è come un disco rotto”, pensò Laura rispondendo volutamente con una provocazione “Sto leggendo Il Ritratto di Dorian Gray”, lo hai mai letto? Quali sono i tuoi gusti letterari?”.
Ma la provocazione si disperse nel mare della stupidità e nonostante i suoi sforzi le onde continuarono a restituire oggetti di scarso valore morale e sociale “Leggo libri che parlano del mio lavoro. Cosa hai mangiato oggi?”.


La voglia di troncare fin da subito quella conversazione così sfinente era tanta ma la curiosità di comprendere fino a che punto sarebbe arrivato Narciso Man le diede la forza di proseguire. Le avrebbe chiesto un INCONTRO ? oppure di foraggiarlo economicamente prelevando dalla CASSA tutti i suoi averi? Le avrebbe promesso un matrimonio fantastico in una chat di mezzanotte mentre la moglie dormiva incazzata nera nella stanza accanto?


TO BE CONTINUED…

“Non sarò mangime per il tuo ego” (anonimo)

Un anno o poco più

dall’esplosione silenziosa e invisibile che ci ha travolto.

Un anno o poco più in cui abbiamo sperato, pregato che  tutto andasse bene.

Un anno o poco più in cui abbiamo sacrificato affetti, libertà, vite.

Un anno o poco più in cui, nonostante tutto, continuiamo a dimostrare di non capire un cazzo

Lui c’è e per esserci si serve di noi, è come un cappio intorno al nostro collo che più ci ribelliamo e più ci soffoca.

prendetela come l’immagine di una qualsiasi delle nostre città

Ci risiamo!

Da domani la mia città, anzi tutta la provincia sarà di nuovo zona rossa. Ormai da giorni si sapeva del numero dei contagi in crescita esponenziale, ma soprattutto della preoccupazione per la presenza delle varianti inglese e brasiliana, perciò il nuovo lockdown in zona rossa non mi ha sorpresa affatto.

Il primo lockdown di marzo ci toccò perché era nazionale e indiscriminato. Se allora si fossero usati gli stessi criteri, probabilmente saremmo stati giallo chiaro. Infatti in Umbria i casi non furono moltissimi e, nel giro di poco tempo, scesero a zero. Della cosa i miei conterranei iniziarono a vantarsene sui social “perché il distanziamento sociale l’emo ‘nventato noi” dando il via a tutta una serie di meme

l’umbro, ma oserei dire il perugino, n’dà confidenza manco nei giorni di festa, ùsta n’tol suo,

n’vòle tante nanne e tanta gente intorno,

n’te saluta manco si te conosce da ‘na vita e te viene a sbatte pel corso,

è rustico de’ natura…

e vi par che non si sarebbe trovato alla grande con il distanziamento sociale??

l’emo inventato noi…da sempre…”

che posso certificare essere veritieri, senza capire, invece, che avevamo avuto solo un gran culo.

“Culo” che, a quanto pare, da settembre in poi, ci ha abbandonati. Nemmeno avere inventato il distanziamento “asociale” è stato d’aiuto. Siamo stati così asociali che il virus lo abbiamo anche importato dall’estero.

Il problema, infatti, non è solo la distanza asociale, ma il rispetto delle regole anche se le regole, forse, sono troppo flessibili da far rispettare.

Nell’ ultimo periodo di zona arancione “lo stato di necessità” ha concesso di  poter fare di tutto, anche andare nei negozi del comune limitrofo se era una necessità.  In pieno lockdown arancione si andava dal restauratore in un altro comune perchè la vetrina o la sedia restaurata erano una necessità impellente. Vicino al restauratore c’era l’antiquario, “un giro li non potevo non farlo!”. Poco più in la, magari, il rigattiere “Ci trovo sempre cose interessanti” oppure comprare la farina di grani antichi macinata a pietra nel mulino del comune più lontano, perchè “fare le tagliatelle con la farina del supermercato sotto casa mi sembrava brutto” … tutte scuse che ho sentito usare per necessità.

E durante il lockdown rosso? Natale, fine anno, befana? Sono stati fatti pranzi e cene in famiglia come nulla fosse   “Il virus ce l’hanno gli altri mica noi!” Ovviamente senza mancare di invitare le 2 persone concesse per legge “Vi mandiamo l’invito su whatsapp e potete venire” a due lo manda lui, a due lo manda lei, sempre due sono “No grazie preferisco continuare a fare l’asociale”

Non so per l’ intercessione di quale santo o demone mia suocera, soggetto immunodepresso, verso cui abbiamo avuto sempre innumerevoli attenzioni,  non sia stata contagiata dopo aver partecipato al brindisi di fine anno a casa della vicina che aveva riunito figli, nipoti e pronipoti. Dopo una settimana erano tutti positivi e, tranne i pronipoti, tutti con sintomi. Mia suocera grazie al tampone negativo se l’è cavata con quindici giorni di quarantena insieme ad una bella paura che spero le servirà, almeno, per diffidare dei futuri brindisi anche con i conosciuti.

A causa di tutto ciò, dei pochi controlli e della grande disorganizzazione, da domani ci risiamo!

Grazie asociali non vedevo l’ora di altri quindici giorni di lockdown!

L’acquerello (Dammi 3 parole)

Ormai saprete del gioco iniziato con la mia socia di blog, in caso contrario leggete qui. Il testo a seguire è frutto del mio tentativo di giocare, le parole che la mia socia mi ha assegnato sono state: gambo, cibo e disegno

L’acquerello

Alcuni segni neri imprecisi si librano in volo su un cielo azzurro, mentre altri si nascondono tra le nuvole bianche sparse qua e là. Un grande tondo giallo arancio, spropositato per quel cielo, si affaccia da dietro una nuvola, è il sole che espande i suoi raggi fino alle montagne coperte di neve che segnano la linea dell’orizzonte. Sotto quel cielo azzurro la neve brilla. In basso un lago ghiacciato è incastonato tra le montagne. Sulla riva del lago, tra gli alberi innevati, una casetta in legno prende vita. Ha il tetto coperto di neve e un comignolo da cui un fumo bianco e grigio sale verso l’alto.

“Bello!” pensò Adele osservando il disegno appena trovato nel cassonetto e chiedendosi se fosse stato un bambino o una bambina a disegnarlo. “Perché lo avranno buttato?” disse mentre con la mano guantata a righe marrone e arancio spostava una fogliolina ormai secca che vi era attaccata e lo ripuliva da qualcosa di appiccicoso. Lo guardò bene un’ultima volta e lo mise nella busta piena di stracci che aveva con sé continuando, subito dopo, la sua ricerca nel cassonetto.

Era alla ricerca di qualcosa di commestibile e, di solito, era fortunata: un gambo di sedano o il gambo di un carciofo, una carota un po’ rinsecchita, qualche patata vecchia, un limone muffo a metà, si trovavano. Nei giorni più fortunati riusciva a trovare qualche uovo scaduto da poco e ancora integro o della pasta e, allora, riusciva a mettere insieme qualche pietanza quasi decente: una frittata di gambi di carciofo o una frittata con le patate, una pasta in bianco, ma bianca proprio, il parmigiano e l’olio non li aveva mai trovati. Quegli scarti di cibo erano la sua fortuna, anzi la sua sopravvivenza. Ogni tanto provava ad immaginare quelle persone così fortunate da poter gettare via le uova scadute da poco o le patate solo perché avevano qualche germoglio, ma non poteva soffermarsi a lungo su quell’immagine senza sentire una stretta al cuore.

“Spesa fortunata oggi” pensò Adele trovando un pacco di spaghetti e uno yogurt scaduti da poco che, sentendo avvicinarsi il camion della nettezza urbana, mise velocemente nella solita busta per poi incamminarsi soddisfatta, specialmente per aver trovato il disegno. Era la stessa soddisfazione che provava quando trovava un libro o un giornale ancora leggibili anche se alla tenue luce di un mozzicone di candela.

Il cassonetto era vicino ad uno di quei bei palazzi signorili che costeggiavano la strada lungo il fiume. Adele non viveva molto lontano, doveva camminare solo qualche centinaio di metri ed arrivare al ponte lì vicino.

La sua casa, con le pareti di lamiera e cartone che la dividevano da altri come lei, aveva il ponte come tetto. Quel ponte univa gli argini del fiume che la separava dal suo passato. Da tanto tempo, ormai, lottava per cancellare quel passato dalla mente, convinta che non potesse più tornare.

Era una comunità piccola quella in cui viveva ora. Vi si era inserita qualche tempo prima, una comunità ai margini, dove la vita stessa era un optional e non poteva pretendere altro. All’inizio non era stato facile, qualche lite più o meno violenta, qualche insulto per trovare una sistemazione, finché non era riuscita ad appropriarsi di quell’angolo e nessuno le aveva dato più fastidio. Un fuoco, che divideva con gli altri, la scaldava quando era molto freddo e le consentiva di prepararsi un po’ di cibo.

Arrivata nel suo angolo, tirò fuori dalla busta il bottino della giornata insieme al mucchio di stracci che si portava sempre dietro per paura che glieli rubassero, erano le sue coperte per la notte. Prese il disegno e lo appoggiò ad una delle pareti di cartone. Finalmente un po’ di colore e di luce in quel posto misero e triste. Qualcosa che le avrebbe scaldato un po’ il cuore, perché dai colori si capiva che chi lo aveva disegnato era felice e, proprio per questo, non si spiegava come avessero potuto gettarlo via. Adele non era esperta, ma per lei quello era proprio un gran bel disegno e quella sera si addormentò guardandolo. Sperò che quel lago tra i monti potesse essere lo scenario dei suoi sogni e si immaginò in quella casetta, seduta davanti al caminetto ad ammirare il lago.

L’indomani si svegliò presto come faceva ogni giorno, radunò i suoi stracci nella solita busta, mangiò un biscotto che era già vecchio quando lo aveva trovato, ma il cui sapore era ancora tollerabile e si avviò per il suo solito giro alla ricerca di cibo.

Era tutto molto diverso da quando, qualche anno prima, poteva permettersi di entrare in un supermercato e riempire il carrello della spesa senza pensare troppo, ma la vita cambia e può capitare che un giorno ti ritrovi a non avere più nulla, che non è colpa tua se ti capita, e che non hai nemmeno qualcuno disposto ad aiutarti veramente e che, nonostante la rabbia e la delusione, provi una gran vergogna per quel fallimento da convincerti che sparire sia l’unica soluzione.

Nel caso di Adele fu qualcosa di molto piccolo, qualcosa di invisibile, ma che racchiudeva la forza di una grande calamità, di quelle che quando passano si lasciano dietro morti e disperazione.

Adele aveva perso tutto, prima il lavoro, poi i risparmi, in seguito la casa ed infine l’auto. Non era stata l’unica, ma lei non ce l’aveva fatta a riprendersi, si era sentita sopraffatta da quella catastrofe al punto che, con le poche cose che le erano rimaste, qualche tempo prima, di notte, aveva attraversato, con passo stanco, quel ponte. Per tutto il cammino una pioggia torrenziale aveva offuscato, insieme alle lacrime, il suo sguardo, ma non si era fermata. Voleva allontanarsi da tutto e da tutti per cominciare una nuova vita dall’altro lato, ma fu di nuovo un fallimento e si ritrovò a vivere sotto quel ponte. “Sempre meglio del non vivere affatto” si ripeteva spesso.

Risalito l’argine del fiume Adele vide l’edicolante che sistemava la locandina del giorno e, come faceva sempre, si avvicinò per leggere. Nonostante la sua infelice situazione, amava sapere del mondo intorno a lei. Del virus nessuno parlava più, la vita era andata avanti, almeno quella degli altri. Solo politica, economia “Mah!” esclamò avvicinandosi “Quello è il mio disegno!” e si soffermò a guardare meglio “Si è proprio lui! Quel sole così grande, il lago, la casa di legno” lesse il titolo scritto sotto – Presi i ladri del furto alla casa d’aste, recuperata la refurtiva, manca solo un acquerello di grande valore – non terminò di leggere che velocemente fece ritorno tra i suoi cartoni e lamiere.

Il disegno era ancora li, lo guardò a lungo, era proprio lui e si, sembrava proprio originale. In un angolo c’era una sigla, M.P. che il giorno prima non aveva visto “non lo ha dipinto un bambino” pensò mentre metteva il disegno nella solita busta e tornava a risalire l’argine.

Seduta al tavolo, assaporando la sua frittata di carciofi veri e non di soli gambi, Adele osservava il disegno sul muro della sua piccola cucina: il sole troppo grande, il lago, la casetta.  Era l’unica cosa che aveva chiesto nel restituire l’acquerello, ne voleva una copia per la sua casa di cartone e lamiere. Ma insieme alla copia arrivò anche altro che le consentì di iniziare la nuova vita di qua dal ponte come tanto aveva sperato.

“– Che fai nella vita?
– Lo scrittore, ho un blog. E tu?
– Il pilota, ho lo scooter.”
(Chetetuitti, Twitter)

P.s.: Se avete voglia di giocare possiamo trovare 3 parole per voi, fatecelo sapere nei commenti.

L’iniziazione

Alla fine c’era andata, forse più per curiosità che per altro, voleva vedere coi propri occhi fin dove sarebbe arrivata la stupidità umana .

Ma subito se ne penti’. “Dovrei essere altrove”, si disse ripensando a quello stupido meme condiviso su Facebook da chi crede ancora in Babbo Natale… ma sì dai, lo conosci anche tu, è quello del fiume, della riva e del cadavere che passa.

Prese un sassolino e lo lanciò nell’acqua  sollevando un leggero schizzo gelido che le bagnò la caviglia.

“Che te frega, Patrizia , tu vacci”, l’aveva incoraggiata suo cugino Alessandro, “è un modo come un altro per stargli vicino e stai serena,  ce la farà…”. 

Narra la leggenda che tanto leggenda non è , che a monte del fiume Zaffiro, dietro al Garlente,  avvengano  strani riti tribali accompagnati da sacrifici umani … no, tranquilli, niente di macabro o passibile di denuncia . Molto più semplicemente un gruppetto di giovani idioti si riunisce saltuariamente  portando con se’ un cospicuo quantitativo di cibo e di alcol. All’iniziato di turno viene concessa la facoltà di bere e di mangiare, anche a piccolissimi sorsi o bocconi , a condizione però che ciò avvenga ininterrottamente per 24 ore di fila. Se l’imberbe adepto  non dovesse riuscire nel proprio compito , tutti i suoi averi compresi abiti, soldi e cellulare verranno gettati nella corrente del fiume ed il suo corpo nudo lasciato al pubblico ludibrio  .

“Corre voce che il rito sia iniziato  ieri ”, insistette quella mattina Alessandro, con un messaggino su whatsapp , “il tam tam del liceo dice così  “.

Patrizia si sollevò da terra pulendosi meccanicamente i jeans, si sedette su un masso  sul greto del fiume  e attese  paziente. Sapeva  bene che l’iniziato di turno sarebbe stato Daniele, tra di loro c’era molto di più di una semplice infatuazione, ma era consapevole di non poter fare nulla, senza quel rito difficilmente sarebbe stato accettato dai suoi compagni di liceo e a quell’età , si sa, sentirsi accettati è di vitale importanza.
 “Dimmi la verità, Daniele , è  in questi giorni, vero? Ho visto che hanno già creato l’evento su Facebook”, gli aveva chiesto qualche giorno prima. Ma Daniele non voleva preoccuparla e poi tra le regole della confraternita c’era quella di non rivelare a nessuno  la  data degli eventi.

Patrizia guardò il fiumiciattolo sperando in cuor suo di non veder affiorare nulla, segno che il rito, per quanto idiota ,  s’era concluso vittoriosamente.

Scrutò a monte e poi a valle. Accampati  lungo la riva i ragazzi dell’ultimo anno sembravano avvoltoi in attesa di fiondarsi sulla preda, ma al posto degli artigli sfoggiavano cellulari con fotocamere da far invidia ai tecnici della Nasa. “Idioti” pensò Patrizia accarezzando l’acqua gelida . “E idiota anche lui, che non è riuscito a dire di no a questa stronzata ”.

Prese in mano il cellulare e aprì la pagina Facebook creata dalla confraternita di bimbiminkia, “perché è questo che sono”, si disse. Al suo interno la narrazione del rito, senza nomi, senza riferimenti temporali, senza nulla che potesse insospettire il direttore didattico, anche se Patrizia era certa che ne fosse al corrente. Nella parte superiore un riquadro lasciato in bianco avrebbe ospitato un piccolo video  con l’esito dell’iniziazione: il lancio degli abiti nel fiume o la consacrazione con tanto di rasatura del cranio .

Patrizia ripose il cellulare nello zainetto, sopra agli abiti che aveva preso dall’armadio di suo fratello “tanto hanno la stessa taglia” si disse.

Sapeva che Daniele era determinato e che avrebbe portato a termine il rito  “ma non si sa mai, anche perché non regge l’alcol, se dovesse farcela gli ci vorranno giorni per riprendersi dalla sbornia”, aveva detto poco prima ad Alessandro, mentre riponeva nello zaino oltre a jeans e maglietta anche un bel thermos di caffè .

Ma se le cose fossero andate male, avrebbe almeno cercato di togliere a Daniele l’imbarazzo della nudità .

Frammenti della loro relazione, seppur iniziata da poco, le tornarono alla mente. Il loro primo bacio, la loro voglia di spingersi oltre ma il timore di non essere ancora pronti, la necessità di comprendere meglio  i  rispettivi sentimenti. Per Patrizia sarebbe stata la sua prima volta e ci teneva affinché fosse indimenticabile.

Improvvisamente delle voci sovrastarono il mormorio dell’acqua e divennero via via sempre più concitate.

Qualcosa stava avvenendo .

Scrutò attentamente il fiumiciattolo poi prese in mano il cellulare. Il riquadro era ancora bianco .

Guardò  il sentiero che costeggia il fiume stringendo con forza lo zaino, pronta a correre in suo soccorso qualora fosse stato necessario, sperando così di limitare al massimo la gogna fotografica.

Poi un improvviso refresh e sulla pagina di facebook si materializzò una foto , Patrizia lo vide,  era stanco, provato, sicuramente brillo, ma con lo sguardo fiero di chi ce  l’aveva fatta. Fissò quel cranio lucente leggermente bitorzoluto;  la folta capigliatura mora che aveva accarezzato tante volte era sparita, rasata dal branco di bimbiminkia. Ricresceranno, si disse.

Salvò velocemente sul cellulare  la foto prima che la pagina venisse definitivamente chiusa, tirò  fuori dallo zaino il thermos, lo aprì e bevendo  un sorso di caffè tirò un sospiro di sollievo.

Il rito si era compiuto. Domani sarebbe stato un altro giorno, altri “cadaveri” sarebbero passati lungo il fiume, ma per lui, per loro, tutto ciò sarebbe stato un piacevole ricordo … da raccontare ai nipotini . Chissà !

VI RICORDATE IL POST DI IERI?

Quello dove io e Liberamente, la mia compagna di blog e di scarpe, abbiamo raccontato il giochino del “dammi tre parole…“ma che non siano sole cuore e amore”.

Ebbene, il post che avete appena letto è il frutto di tutto ciò.

Le parole chiave? GIOVANI, FIUME, FRAMMENTI.

Ora tocca a te, Liberamente,

a che punto sei con

GAMBO CIBO e DISEGNO?

Vi va di giocare con noi?

Scriveteci tre parole, le trasformeremo in un post

🙂

Dammi tre parole …

… ma fa’ che non siano “sole cuore e amore”.


Alle volte le serate migliori nascono così, per puro caso, con tre semplici parole.
Ed è proprio in questo modo che io e la mia compagna di blog ci salutiamo ogni lunedì sera.
Con tre semplici parole, scelte a caso nel casino della nostra mente o nel libretto delle istruzioni della lavastoviglie dopo una serata giocosa trascorsa in compagnia di un libro, di un computer e di una connessione alla rete… e con queste tre parole ci ripromettiamo di rivederci il lunedì seguente.


Sette giorni, sette lunghe giornate nel corso delle quali riflettere per riuscire a scrivere qualcosa di leggibile e che racchiuda quelle tre semplici parole che, come canta Mina, potrebbero essere semplicemente “parole parole parole, parole soltanto parole, parole tra noi”.

E se ancora non fosse chiaro, lo riassumo in soldoni: “ci assegnamo a vicenda tre parole scelte a cazzum e con quelle dobbiamo costruire una storia da condividere sul blog la settimana seguente”.

Il mio compito per questa settimana ? “GIOVANE FIUME FRAMMENTI”.

A domani, con “L’INIZIAZIONE”

“Patrizia guardò il fiumiciattolo sperando in cuor suo di non veder affiorare nulla, segno che il rito, per quanto idiota , s’era concluso vittoriosamente”

Storia d’amore

Aperta la porta il suo sguardo cadde sul grande tappeto persiano al centro del salone. Un cagnolino, che ad occhio stimò sui 20 cm, vi camminava sopra a stento. Non appena la vide si diresse verso di lei.
“No non posso” pensò guardandolo tra il terrorizzato e il tenero “non posso portarlo a casa. Adesso è piccolo, è tenero, ma poi cresce, diventa gigantesco, cattivo e mi morde” fece qualche passo indietro come per andarsene “Mamma! Mamma! Guarda cha carino, portiamolo a casa dai!” gridarono in coro i suoi figli entrati dietro di lei “Bambini non posso, lo sapete ho troppa paura, non ce la posso fare” “Si mamma ce la farai! E poi non dovrai fargli nulla ci penseremo noi”. Non sapeva cosa fare, sapeva che se avesse accontentato i bambini adottando quel cucciolino, di cui altri cercavano di disfarsi, in casa sua sarebbe scoppiata una guerra. Suo marito non voleva, lei aveva paura. Non lo avrebbe mai toccato o preso in braccio e lasciare tutta la responsabilità di accudire ed educare un cane a dei bambini era da incoscienti. Mentre tutti i suoi film mentali di morsi o aggressioni si affollavano e scorrevano veloci i bimbi erano già sul tappeto che giocavano con il cucciolo. Erano felici, ridevano, saltavano. Li osservò a lungo e disse “E come vorreste chiamarlo?” “Lucky con il CK mamma! Quindi lo prendiamo?” “Si anche se non so quanto sarà fortunato, io non ne voglio sapere nulla, non lo toccherò mai, non lo porterò fuori ed il papà si arrabbierà tantissimo con me, perché ve le do sempre tutte vinte e perché ha detto chiaramente che non vuole un cane in casa”
Era inverno, fuori era molto freddo, avvolsero il cucciolo in un panno, lo misero in una scatola da scarpe ed uscirono. Il più grande dei bambini teneva la scatola molto saldamente perché non capitasse nulla a quel tesoro prezioso.

È così che iniziò l’avventura della mia famiglia con il nostro amatissimo “Lucky con  il CK” che dopo 17 anni di amore incondizionato quest’oggi ci ha lasciati tra le carezze e le coccole, travolto dall’affetto di tutti noi che non riuscivamo a staccarci da lui.

Lucky, in questi diciassette anni, mi ha e ci ha insegnato molto. Innanzi tutto cos’è l’amore. I suoi occhi ne sono sempre stati pieni, strabordavano di amore. Amore puro, incondizionato, un amore immenso dato in cambio di una carezza, un sorriso, una coccola, un croccantino, un nulla. Si! Ci amava anche quando non avevamo nulla per lui. Gli bastavamo noi, con i nostri pregi e difetti, anche solo la nostra presenza silenziosa era per lui motivo di felicità.

Ci ha insegnato il valore dell’amicizia, sempre pronto ad accogliere chiunque con il suo scodinzolio e le sue feste. Ci  ha insegnato ad apprezzare chi è diverso da noi grazie alla sua amicizia con i gatti di mia sorella e ad ogni cane di qualsiasi colore o razza che incontrava, lui scodinzolava sempre a tutti, voleva giocare, correre insieme a loro. Ci ha insegnato il valore dell’accoglienza quando, ormai grande, ha visto arrivare in famiglia un nuovo cucciolo. Lo ha accolto con amore, facendogli da nonno e condividendo, ogni volta che il cucciolo veniva a trovarci, i suoi spazi con lui.

Lucky con l’amore che ci ha regalato a profusione e con i suoi insegnamenti ha reso la nostra famiglia una famiglia più ospitale con il prossimo, una famiglia più aperta e meno egoista.

Lui era “l’amore mio” ” il mio cucciolotto” … quando gli dicevo così le sue orecchie si addrizzavano e la sua coda non si fermava più. L’ho amato come non avrei mai pensato, è cresciuto, ma non è diventato enorme come credevo, ma anche fosse stato, lo avrei amato immensamente lo stesso. A me in particolare ha insegnato  l’amore per gli animali, in ogni cane che incontro non vedo più un potenziale pericolo, ma solo amore, tenerezza e dolcezza e non posso che essergliene riconoscente.
Lasciargli intraprendere il suo viaggio verso il ponte dell’arcobaleno è stato doloroso, ma poi quando ho guardato il cielo ed ho visto che aveva un colore stupendo, oggi era di un azzurro cangiante, si intravedevano altri colori, ho capito che è stato giusto così. È tornato a scorrazzare felice sui verdi prati, a giocare con i suoi amici fino a quando saremo di nuovo insieme.

Cosa posso dire?  È dolorosissimo separarsi da un amore così grande, ma è un amore che va vissuto per capirlo e per crescere umanamente e interiormente. Il mio consiglio è: non indugiate, non abbiate paura a far crescere i vostri figli con un cucciolo ne usciranno sicuramente molto forti e ricchi d’amore e ricevendo tanto amore disinteressato sapranno donarne altrettanto.

“L’amore per un cane dona grande forza all’uomo” (Seneca)

LA PORTA

Laura si avvicinò alla porta socchiusa.

Cosa faccio? Si chiese.

Sapeva che se avesse varcato quella soglia nulla sarebbe stato più come prima.

Avanti, si disse, non è difficile.

Avvicino’ la mano alla maniglia , l’abbasso’ e con uno scricchiolio la porta si aprì. Un leggero profumo speziato la avvolse e finalmente realizzo’ di aver preso la decisione più saggia della propria vita .

Ora non le restava altro da fare che seguire delle poche e semplici regole e nel giro di poco tempo tutti i tasselli sarebbero tornati al loro posto .

Le tette si sarebbero distinte dalla pancia . I glutei sarebbero tornati sodi. Il mento, quello secondario, sarebbe stato riassorbito lasciando il posto a quello di default, le cosce avrebbero smesso di fare ciac ciac una contro l’altra e le ali di pipistrello sarebbero tornate a definirsi avambracci .

Laura si voltò per chiudere la porta dietro di se’ e per un lungo istante fisso’ la targhetta con la scritta rosso fuoco. Non era la prima volta che leggeva quella scritta ma solo ora aveva realizzato il valore intrinseco di quelle tre semplici parole . No, non sarebbe tornata indietro, ormai il primo passo era stato fatto . Chiuse con cura la porta alle sue spalle, sollevo’ il mento, inspirò profondamente e … buon anno ricco di buoni propositi a tutti .

Quando sai quello che vuoi, e lo vuoi con abbastanza forza, troverai un modo per averlo.
(Jim Rohn)