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Il nido è vuoto …

Oibò abbiamo iniziato in due, tempo quattro anni eravamo saliti a quattro e passati altri 11 anni la squadra di basket era al completo, mancava il pelosetto come mascotte che si è aggiunto 2 anni dopo.

Sono bastati una manciata di anni, tra l’altro volati via in un soffio, per fare il percorso a ritroso e, da un paio di settimane, ritrovarci in 3: io, mio marito e il pelosetto.

Anche l’ultimo dei ragazzi si è trasferito a Milano per intraprendere un nuovo corso di studi.

Il nido è vuoto … dovrei essere triste, sentirmi persa, abbandonata?

È la domanda che mi sto facendo in questi giorni o a cui le amiche mi costringono.

“Allora come stai? So che è partito anche il piccolo, non ti senti sola? È arrivata la sindrome del nido vuoto?”

Si mi mancano i miei figli, mi mancano le nostre chiacchiere, mi manca la loro presa in giro quando guardo qualcosa di commovente in TV e mi scendono le lacrime “Eccola eccola ci siamo … lacrimucciaaa!!!” o quando insieme ridiamo a crepapelle, mi manca commentare un film, un libro o qualche notizia con loro o fare qualche petteguless, mi mancano i pranzi e cene movimentati. Tantissimo mi manca ascoltare il più piccolo di loro suonare il pianoforte e mi sto scervellando su come riuscire a collocare un piano digitale nella sua minuscola casa milanese, perchè non vorrei che si allontanasse da questa sua passione.

Tutte queste mancanze, però, sono compensate dalla felicità immensa di sapere che stanno seguendo ognuno la loro strada, che lo fanno con serenità e tanto entusiasmo, quindi felici loro, felice io.

Siamo nell’era tecnologica e grazie ai cellullari le distanze si accorciano con un click e sempre con un click si colmano e annullano le mancanze.

Cosa non meno importante, ho tanto tempo libero tutto per me, forse troppo e, per il momento, tutto ciò mi fa sentire un pò frastornata, non c’ero più abituata. Penso al milione di cose che potrei fare e non concludo nulla, ma è bello anche vivere alla giornata, pian piano riuscirò a mettere in piedi i miei progetti, tra i quali non mancherà qualche buon viaggio a Milano a trovare i miei figli (scusa ufficiale), perchè il cazzeggio milanese l’ho sempre fatto e continuerò a farlo con la mia socia di blog Quarantenastyle.

Amali, nutrili, insegna loro la disciplina e lasciali liberi. Così avrete un buon rapporto per tutta la vita.
(Marry G. L. Davis)

La bella, la brutta, i cattivi

Ho preso ispirazione da un titolo di Sergio Leone, modificandolo, per introdurre un argomento che in questi giorni ha fatto chiacchierare il mondo del fashion.

La bellezza e quanto questa sia soggettiva. Al riguardo mi rifaccio ad un vecchio detto    azzeccatissimo per l’occasione “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” e si sa i detti o proverbi hanno la loro ragione di esistere.

Veniamo al dunque, chi è la bella?

Lei

Armine Harutyunyan, modella armena che ha sfilato per Gucci alla fashion week.

Chi è la brutta?

Sempre lei

Armine Harutyunyan, modella armena che ha sfilato per Gucci alla fashion week.

Chi sono i cattivi?

Tutti coloro che alla notizia, non certa, che la maison Gucci consideri Armine  tra le 100 modelle più sexy del mondo si sono scatenati contro di lei, sui social, con una violenta campagna di body shaming: insulti, sberleffi e offese.

Aggiungo  anche che se la notizia fosse certa, questi restano, comunque, i cattivi.

A me Armine non sembra una ragazza brutta, sicuramente i suoi lineamenti sono inusuali, non rientrano nei canoni occidentali, ma la rendono particolare, interessante, da guardare. È sexy? Si mi sembra sexy, chi non vorrebbe quel fisico? Io un giro con quel fisico lo farei volentieri, magari andando a fare shopping, così da poter comprare di tutto senza farmi seghe mentali: “No i pois no sarei una palla tra le palle! Le righe? Siamo matti? A l l a r g a n o! Qualcosa di nero grazie.”

Si può insultare sui social una ragazza perchè non rientra nei nostri canoni estetici? Canoni estetici che, sempre sui social, sono condizionati, ormai, da innumerevoli filtri e controfiltri.

La si può insultare perchè alla nostra vista è brutta? Torno all’inizio può piacere o non piacere è legittimo, ma insultare è incivile e purtroppo, temo, che la nostra civiltà sarà ricordata per la sua inciviltà.

Con l’occasione prendendo spunto da una famosa e sfruttata, giustamente o ingiustamente, citazione di Dostoevski “Il bello ci salverà”, oserei dire che prima del bello debba salvarci un buon cervello, senza quello il bello non potrà fare nulla per noi, specialmente se la sua soggettività scatena la cattiveria di alcuni.

Si parte … non si parte

Grande dilemma questi giorni in casa mia.

Il 2 settembre dovremmo partire per la Sardegna, io non voglio partire, ho paura, mio marito vuol partire perchè “sul covid in Sardegna  stanno esagerando”. Se non ricordo male Briatore diceva, addirittura, che il covid non c’era. Ed ora, invece,  gli toccherà un lockdown nella casa della Santanchè; due, anzi, tre disgrazie in una botta sola: il covid, il lockdown, la Santanchè.

“La nostra è una vacanza sicura” tuona mio marito. In effetti potrebbe esserlo andremmo a casa di amici e loro stanno bene “ma non vorrei essere io a portargli il covid” ribatto io, pensando che a 3 km da casa mia potrebbe esserci una potenziale zona rossa (800 persone in lista), di cui tutta la città parla, ma di cui ufficialmente non si sa nulla.

“E poi, con il Billionaire chiuso che andiamo a fare in Sardegna? Non possiamo nemmeno andarci a prendere un aperitivo 😁”

“Sai bene che noi al Bilionaire  potremmo prendere solo il Covid”

“Vabbè io non vengo ho paura. Perchè se posso evitare debbo andare a rischiare?”

“Ho prenotato la cabina ci chiudiamo dentro e non avviciniamo nessuno” “Seee l’unico modo di viaggiare sicuro è andare a nuoto! Io non vengo punto”

“Sei esagerata! I nostri amici ci aspettano” “Parti da solo io non vengo e se torni positivo fatti ospitare dalla Santanchè”

Si partirà, anzi … partirà?

“Sei in vacanza quando la vacanza è dentro di te” (Liberamente)

Ferragosto

Da bambina era una delle mie festività preferite. Mi piaceva la tavolata che quel giorno organizzava la mia famiglia e il profumo di famiglia unita e felice che si respirava.

La mia nonna paterna a capotavola e i suoi 6 figli, tutti full optional (mogli, mariti e figli), 3 maschi e 3 femmine, intorno alla tavola.

Già dal giorno prima c’era un gran movimento, perchè le persone da mettere a tavola non erano proprio 5 o 6, ma, minimo 26 se solo la famiglia stretta, se poi capitava, e vi assicuro che capitava, che gli inviti fossero estesi in un batter d’occhio si arrivava a 30-35 “È do’ sta er probblema? A Piè va a pià nantre pò d’assi che tocca d’allungasse!”

Di solito la tavola veniva allestita sotto al grande noce a casa di una sorella del papà.

C’era un gran via vai, chi pensava ai cavalletti, chi agli assi, chi a reperire sedie per tutti,  noi bimbi eravamo addetti all’apparecchiatura, a giro uno metteva i piatti, uno i tovaglioli, ecc ecc e poi via tutti a giocare.

Mentre le donne cucinavano, mio papà era addetto ad affettare il pane, sembra cosa da poco, ma ne doveva affettare di pane per tutte quelle persone e per il piatto forte ne serviva parecchio, perchè la scarpetta non si poteva evitare.

Il piatto forte? Le lumache al sugo, che ora solo a scriverlo mi viene la nausea, ma allora ne ero golosissima, specialmente della parte in cui intingevo la fetta del pane nel sughetto piccante con un sentore di mentuccia, debbo averne mangiate un po’ troppe.

Essi le lumache erano la tradizione del luogo, ma sul posto, già allora, cominciavano ad essere introvabili, poiché tanti le cercavano per venderle alle trattorie locali. Quindi mio papà 2 o 3 giorni prima che si andasse al paesello, lui era l’unico dei fratelli che aveva lasciato il paese e tornava li per le vacanze, andava a cercare le lumache nelle nostre zone, dove ancora non si usava granché mangiarle. Aspettava qualche mattina più umida o che la notte avesse piovuto un pò e andava. Poi mia mamma le custodiva fino alla partenza, non so come, perchè io non le guardavo che mi facevano impressione, da vive, ovviamente cucinate no. Partivamo per le vacanze che in macchina avevamo più lumache che valige ed erano anche lumache felici perché, per una volta, si spostavano alla velocità della luce, meno felici quando finivano nei pentoloni.

Erano dei ferragosto emozionanti. Ritrovare dopo un anno tutti i miei cugini e cugine insieme era, per me, una festa nella festa, perché durante l’anno li vedevo di rado e magari uno, due per volta. Si giocava e litigava senza sosta, ci facevamo ogni sorta di dispetti, nella partita a calcio o in quella a pallavolo eravamo sempre maschi contro femmine e chi vinceva “annaffiava con il budello” i perdenti, che, poi, diventava un’innaffiatura generale e con l’acqua del pozzo che era anche bella gelida.

La sera tardi quando, dopo la tombola in piazza, la comitiva si scioglieva tutti noi cugini volevamo andare a dormire dalla nonna e lei, che aveva una casa piccina, solo un camera e una grande cucina ci accontentava. Cercava di sistemarci in ogni pertugio che fosse orizzontale, il suo lettone, il lettino che era nella cucinona, sistemato tra le due finestre che davano sulla via principale del paese, e lei quella notte si sacrificava a dormire in poltrona, quella davanti alla finestra da cui, durante il giorno, seguiva tutti i movimenti locali. La maggior parte ci sistemava nel suo lettone, stipati come le sardine, uno con la testa davanti ai piedi dell’altro che “c’entrate meglio” … ed eravamo felici. “Stai fermo con quei piedacci che puzzano e mi fai male!” “E tu sposta la tua testaccia”

Buon ferragosto felice a tutti!

In partenza

La valigia grigia con le righe azzurre guarda attonita gli oggetti accatastati sulla scrivania della mia camera da letto: la camicetta blu e quella grigia, il maglioncino di cotone bianco che non si sa mai dovesse arrivare di colpo l’inverno, i pantaloni di cotone beige ed i jeans blu indispensabili per nascondere eventuali macchie da Big Mac e poi calze, biancheria intima, ciabatte e camicia da notte.

La osservo con occhio compassionevole, la sua linea minuta mi fa temere il peggio ma io non desisto e rincaro la dose: piastra per capelli, giacchetta leggera color salmone, scarpe da ginnastica nuove di pacca che coi sandali da viaggio non è che possa scalare l’Everest, beauty case neppure troppo minimal e l’indispensabile spray anti zanzare.

A noi due, piccola grande amica. Su, coraggio, spalanca le tue fauci, insieme ce la faremo 🤣🤣🤣

“Antò fa caldo!”

“Antò fa caldo!” ve lo ricordate il tormentone del 2001 con il bell’Antonio che portava un bicchierone di thè fresco alla moglie spinto dalla speranza di scagliare qualcosa?

Ecco sono due giorni che mi frulla nella testa, ma immagino di non essere la sola. Tra il caldo che si fa sentire e il ferro da stiro che, ad un certo punto, diventa inevitabile accendere, sono due mattine che mi regalo bagni di calore intenso. E tra una camicia e l’altra ogni tanto mi ritrovo a dire “Antò fa caldo” ma di Antonio nemmeno l’ombra. Se voglio qualcosa di fresco debbo provvedere da sola.

In compenso, questa mattina ancora immersa nel mio bagno di vapore, sento affacciarsi qualcuno alla porta, ho subito pensato “Ohhh si il bell’Antonio”, era mio marito con la sua citazione del giorno “Tenetevi strette le donne che stirano d’estate” … direi un momento perfetto, uno di quelli in cui penso … “ma perchè proprio io?”

Buon caldo a tutti!

Quante cose fa il freddo: punge, morde, penetra, tempra, cinge.
Il caldo è un essere grezzo che si accontenta di stendere.
(Fabrizio Caramagna)

Grazie …

A chi continua a gridare al complotto, in particolare sui social, dove ancora si continua a leggere di tutto e di più sull’inesistenza del covid.

A chi, per un anno, non ha potuto rinunciare alla vacanza sia in Italia che all’estero rientrando positivo. In particolare ringraziano i familiari ora in quarantena o contagiati.

A quei politici che, noncuranti della salute pubblica, continuano a dire “La mascherina non serve. Il covid non esiste”. Spero che, se non il virus, almeno le prossime elezioni vi spazzino via, comunque grazie anche a voi.

Grazie a chi non ne vuol sapere di evitare gli assembramenti e non si cura di usare la mascherina o la distanza sociale: aperitivi, balli, passeggio in vie affollatissime. In particolare vi ringraziano anche coloro che lottano contro il virus, gli angeli, li ricordate? Oltre vedersi tagliare le ferie, perchè negli ospedali lo stato di emergenza non è mai finito, mentre noi ci lamentiamo del caldo, continuano a lavorare coperti di tutto punto, ma solo perchè si sentono fighi, non per il covid perchè pare che non esista.

Anche oggi 481 nuovi positivi, che si aggiungono a quelli di ieri, dell’altro ieri, dell’altro ieri ancora. Facendo 2 conti con i dati del Corriere della Sera, dal primo agosto ad oggi siamo a 3.881 contagiati in più in 13 giorni, ma il Covid non esiste ed anche questi ultimi dati fanno parte del complotto.

Quasi comincio a sperarci in questo complotto, accetterei più volentieri sapere di essere stata raggirata piuttosto che sapere gli ospedali di nuovo pieni.

“Il catalogo delle donne valorose”

Mai e poi mai avrei pensato che leggere un catalogo potesse essere interessante e illuminante.

Se penso ad un catalogo il primo che mi viene in mente è quello di Ikea, il secondo quello dei premi conad, poi “il catalogo premi è scaduto” del corso di scrittura, che mi sta ancora facendo impazzire nel tentativo di tirarne fuori una storia che ho ben delineata in mente, ma che richiede di dover fare delle ricerche per poterla scrivere e altri che nella vita ci si trova a consultare per un acquisto o altro.

Quindi, quando qualche giorno fa, mi è stato regalato “Il catalogo delle donne valorose” di Serena Dandini, di cui non conoscevo l’esistenza, l’ho sfogliato subito con estrema curiosità.

Un catalogo con storie di donne che nella loro vita si sono distinte per tanti motivi, donne coraggiose e intraprendenti che hanno creduto e portato avanti i loro ideali con forza, ma che, difficilmente, troviamo citate nei libri di storia o a cui raramente è stato riconosciuto il valore delle loro idee o azioni. Donne inserite in questo catalogo perchè, per ognuna di loro, qualche vivaista ha creato una rosa che le ricordasse portando il loro nome.

Storia dopo storia, o rosa dopo rosa ho conosciuto trentaquattro donne valorose.

Alcune mi erano note, altre no, ad alcune mi sono sentita più vicina ad altre meno, ma ciò non toglie che ognuna di loro, presa nel contesto storico e sociale in cui ha vissuto, è stata all’avanguardia per gli ideali, lotte, scoperte, studi o ricerche, che in alcuni casi sono ancora di attualità. Penso, in particolare, alle lotte per affrancarsi come donne libere e indipendenti che tante donne ancora combattono.

Perchè diciamocelo chiaramente, essere donne non è sempre così facile come essere uomini, specialmente essere donne valorose, gli ostacoli ancora ci sono, superarli richiede sacrifici e salire sul podio del riconoscimento è ancora molto difficile.

Il piccolo inconveniente da secoli è che non c’è nessun podio o inno pronto ad accogliere queste vincitrici, né tantomeno una medaglia da appuntar loro al petto. È un annoso argomento che studiose molto più autorevoli di me hanno già posto all’attenzione mondiale: per semplificare la pratica potremmo dire che, mentre l’Uomo Invisibile è diventato una star cinematografica, le donne spesso sono invisibili e rimangono tali.

Un libro che andrebbe letto da tutte le donne, ma anche dagli uomini che capiranno di che tempra son sempre state le donne anche se di secoli passati, sempre lungimiranti, scaltre, intraprendenti, allora come ora.

Ma quante donne, nella vita di ognuno di noi, meriterebbero una rosa che le ricordi? Personalmente mi vengono in mente le mie nonne, mia mamma. Nelle loro vite, semplici e complesse all’unisono, sono state donne di grande valore, che mi hanno insegnato molto. Penso anche ad alcune mie amiche che non hanno avuto per nulla vite semplici, ma hanno trovato la forza di farcela, superare gli ostacoli e uscirne più forti, anche quelle che, tutt’ora, stanno lottando e spero ce la faranno, si una rosa anche per tutte loro che resteranno sconosciute al mondo, ma non a me.

Ci vorrebbe una rosa che si chiami “donna valorosa” per tutte quelle donne che non saranno mai in nessun libro, ma saranno le eroine del loro piccolo mondo.

“È facile per una donna essere valorosa. Il salto mortale per tentare di mettere insieme casa, lavoro (sempre se si riesce a trovarne uno), magari figli e cure sparse a parenti vari… già dovrebbe far scattare una decorazione al merito.”

La moto

Moto, motorini, vespe, vesponi e, qualche volta, anche le biciclette, tutti mezzi a due ruote che mi terrorizzano.

La mia paura ha radici lontane, per le biciclette risale a quando ero bambina. In sella alla bici con una mia cugina, ci lanciammo per una discesa senza sapere che i freni non funzionavano. Ci schiantammo adosso ad un furgoncino che passava sulla strada incrociata dalla discesa. Fortunatamente ebbi il riflesso di buttarmi dalla bici all’ultimo momento, me la cavai con qualche escoriazione, qualche livido e il resto dell’estate dalle suore ad impare il ricamo, a mia cugina che era davanti andò peggio, o forse meglio? Prese il furgone in pieno si fece parecchio male, parecchi giorni a letto, ma scampò il ricamo. Stavamo giocando con dei bambini a meccanici e clienti, ovviamente noi eravamo le clienti, quindi, portammo ad aggiustare la bici per gioco, ma loro, ohibò, staccarono i freni per davvero.

La paura della moto, invece, risale all’unica volta, in quinto superiore, in prossimità degli esami di maturità, in cui marinai la scuola per una gita fuori porta con tutta la classe.  Quella salina fu la decisione più audace della mia vita scolastica, anzi no, la più audace fu quando mandai a fancul il prof. di matematica, anche se, più che audace, quest’ultima fu un suicidio.

Comunque, arrivata alla fine, una salina me la potevo anche permettere, certa che se mi avesse scoperta mio padre, per il quale la scuola era sacra, la punizione sarebbe stata solenne.  Organizzai, quindi, uno dei miei piani macchiavellici, cosa per me all’ordine del giorno se volevo godere di un pò di libertà, ma dimenticai di tener conto del fatto che quando il diavolo fa le pentole, dimentica i coperchi. Fu così che, dopo essermi fatta convincere da un mio compagno (complice una cotta reciproca negli anni precedenti che lo rendeva degno di fiducia) a salire in moto con lui per andare alla gita fuori porta, nel bel mezzo della campagna cademmo con la moto che, pare, prese un sasso e si impennò. Moto rotta e lividi vari, non sto a dirvi la fatica per occultarli agli occhi dei miei genitori.

Capisco il fascino della moto, dell’avventura, ma che male quei lividi! Fu così che quel giorno misi la croce sui mezzi a due ruote.

Croce che non ho più tolto, nemmeno quando i miei figli, nelle fasi della loro crescita, mi hanno tempestata di richieste per motorini e moto, trovavo biglietti ovunque “Ci compri la moto?”, nel portafogli, sotto al piatto o al cuscino.

Ho sempre resistito stoicamente nel dire no, cedendo volentieri alle altre richieste (leggere cane), ma non alla moto.

Il secondo dei miei figli, quello già sposato, ha provato più volte a comprare la moto, ma sono sempre riuscita, finchè ha vissuto in casa, a deviare i suoi risparmi convincendolo ad utilizzarli per altri acquisti più importanti, tipo una casa. Andato a vivere a casa sua, non ha più pensato alla moto, almeno credevo.

Circa un mese fà, per un paio di giorni, è scomparso dagli schermi radar, nessuno sapeva dirmi dove fosse. Ero un pò preoccupata perchè stava vivendo un momento particolare. Il secondo giorno di assenza, ad un tratto, mi è arrivato su Whatsapp un suo msg che iniziava con “Cara mamma lo sai che ti voglio tanto bene …”

Allegata una sua foto alla guida di un furgone con le dita a formare il simbolo della vittoria … non ho nemmeno finito di leggere il messaggio strappalacrime, che avevo già immaginato nel furgone ci fosse una moto.

Ebbene si ho perso la mia battaglia.

Oggi, mentre ero in terrazza, l’ho visto sfrecciare in moto, aveva sua moglie dietro che si teneva ben ancorata a lui, erano davvero carini da vedere, lei aveva anche il casco con i cuoricini.

Non mi resta che sperare che siano prudenti, che la fortuna li assista, ma soprattutto che siano sempre felici e uniti, così come li ho visti oggi.

I rapimenti mistici più belli sono quelli col casco e il giubbotto da motociclista.
(Fabrizio Caramagna)