Si parte … non si parte

Grande dilemma questi giorni in casa mia.

Il 2 settembre dovremmo partire per la Sardegna, io non voglio partire, ho paura, mio marito vuol partire perchè “sul covid in Sardegna  stanno esagerando”. Se non ricordo male Briatore diceva, addirittura, che il covid non c’era. Ed ora, invece,  gli toccherà un lockdown nella casa della Santanchè; due, anzi, tre disgrazie in una botta sola: il covid, il lockdown, la Santanchè.

“La nostra è una vacanza sicura” tuona mio marito. In effetti potrebbe esserlo andremmo a casa di amici e loro stanno bene “ma non vorrei essere io a portargli il covid” ribatto io, pensando che a 3 km da casa mia potrebbe esserci una potenziale zona rossa (800 persone in lista), di cui tutta la città parla, ma di cui ufficialmente non si sa nulla.

“E poi, con il Billionaire chiuso che andiamo a fare in Sardegna? Non possiamo nemmeno andarci a prendere un aperitivo 😁”

“Sai bene che noi al Bilionaire  potremmo prendere solo il Covid”

“Vabbè io non vengo ho paura. Perchè se posso evitare debbo andare a rischiare?”

“Ho prenotato la cabina ci chiudiamo dentro e non avviciniamo nessuno” “Seee l’unico modo di viaggiare sicuro è andare a nuoto! Io non vengo punto”

“Sei esagerata! I nostri amici ci aspettano” “Parti da solo io non vengo e se torni positivo fatti ospitare dalla Santanchè”

Si partirà, anzi … partirà?

“Sei in vacanza quando la vacanza è dentro di te” (Liberamente)

Ferragosto

Da bambina era una delle mie festività preferite. Mi piaceva la tavolata che quel giorno organizzava la mia famiglia e il profumo di famiglia unita e felice che si respirava.

La mia nonna paterna a capotavola e i suoi 6 figli, tutti full optional (mogli, mariti e figli), 3 maschi e 3 femmine, intorno alla tavola.

Già dal giorno prima c’era un gran movimento, perchè le persone da mettere a tavola non erano proprio 5 o 6, ma, minimo 26 se solo la famiglia stretta, se poi capitava, e vi assicuro che capitava, che gli inviti fossero estesi in un batter d’occhio si arrivava a 30-35 “È do’ sta er probblema? A Piè va a pià nantre pò d’assi che tocca d’allungasse!”

Di solito la tavola veniva allestita sotto al grande noce a casa di una sorella del papà.

C’era un gran via vai, chi pensava ai cavalletti, chi agli assi, chi a reperire sedie per tutti,  noi bimbi eravamo addetti all’apparecchiatura, a giro uno metteva i piatti, uno i tovaglioli, ecc ecc e poi via tutti a giocare.

Mentre le donne cucinavano, mio papà era addetto ad affettare il pane, sembra cosa da poco, ma ne doveva affettare di pane per tutte quelle persone e per il piatto forte ne serviva parecchio, perchè la scarpetta non si poteva evitare.

Il piatto forte? Le lumache al sugo, che ora solo a scriverlo mi viene la nausea, ma allora ne ero golosissima, specialmente della parte in cui intingevo la fetta del pane nel sughetto piccante con un sentore di mentuccia, debbo averne mangiate un po’ troppe.

Essi le lumache erano la tradizione del luogo, ma sul posto, già allora, cominciavano ad essere introvabili, poiché tanti le cercavano per venderle alle trattorie locali. Quindi mio papà 2 o 3 giorni prima che si andasse al paesello, lui era l’unico dei fratelli che aveva lasciato il paese e tornava li per le vacanze, andava a cercare le lumache nelle nostre zone, dove ancora non si usava granché mangiarle. Aspettava qualche mattina più umida o che la notte avesse piovuto un pò e andava. Poi mia mamma le custodiva fino alla partenza, non so come, perchè io non le guardavo che mi facevano impressione, da vive, ovviamente cucinate no. Partivamo per le vacanze che in macchina avevamo più lumache che valige ed erano anche lumache felici perché, per una volta, si spostavano alla velocità della luce, meno felici quando finivano nei pentoloni.

Erano dei ferragosto emozionanti. Ritrovare dopo un anno tutti i miei cugini e cugine insieme era, per me, una festa nella festa, perché durante l’anno li vedevo di rado e magari uno, due per volta. Si giocava e litigava senza sosta, ci facevamo ogni sorta di dispetti, nella partita a calcio o in quella a pallavolo eravamo sempre maschi contro femmine e chi vinceva “annaffiava con il budello” i perdenti, che, poi, diventava un’innaffiatura generale e con l’acqua del pozzo che era anche bella gelida.

La sera tardi quando, dopo la tombola in piazza, la comitiva si scioglieva tutti noi cugini volevamo andare a dormire dalla nonna e lei, che aveva una casa piccina, solo un camera e una grande cucina ci accontentava. Cercava di sistemarci in ogni pertugio che fosse orizzontale, il suo lettone, il lettino che era nella cucinona, sistemato tra le due finestre che davano sulla via principale del paese, e lei quella notte si sacrificava a dormire in poltrona, quella davanti alla finestra da cui, durante il giorno, seguiva tutti i movimenti locali. La maggior parte ci sistemava nel suo lettone, stipati come le sardine, uno con la testa davanti ai piedi dell’altro che “c’entrate meglio” … ed eravamo felici. “Stai fermo con quei piedacci che puzzano e mi fai male!” “E tu sposta la tua testaccia”

Buon ferragosto felice a tutti!

“Antò fa caldo!”

“Antò fa caldo!” ve lo ricordate il tormentone del 2001 con il bell’Antonio che portava un bicchierone di thè fresco alla moglie spinto dalla speranza di scagliare qualcosa?

Ecco sono due giorni che mi frulla nella testa, ma immagino di non essere la sola. Tra il caldo che si fa sentire e il ferro da stiro che, ad un certo punto, diventa inevitabile accendere, sono due mattine che mi regalo bagni di calore intenso. E tra una camicia e l’altra ogni tanto mi ritrovo a dire “Antò fa caldo” ma di Antonio nemmeno l’ombra. Se voglio qualcosa di fresco debbo provvedere da sola.

In compenso, questa mattina ancora immersa nel mio bagno di vapore, sento affacciarsi qualcuno alla porta, ho subito pensato “Ohhh si il bell’Antonio”, era mio marito con la sua citazione del giorno “Tenetevi strette le donne che stirano d’estate” … direi un momento perfetto, uno di quelli in cui penso … “ma perchè proprio io?”

Buon caldo a tutti!

Quante cose fa il freddo: punge, morde, penetra, tempra, cinge.
Il caldo è un essere grezzo che si accontenta di stendere.
(Fabrizio Caramagna)

Grazie …

A chi continua a gridare al complotto, in particolare sui social, dove ancora si continua a leggere di tutto e di più sull’inesistenza del covid.

A chi, per un anno, non ha potuto rinunciare alla vacanza sia in Italia che all’estero rientrando positivo. In particolare ringraziano i familiari ora in quarantena o contagiati.

A quei politici che, noncuranti della salute pubblica, continuano a dire “La mascherina non serve. Il covid non esiste”. Spero che, se non il virus, almeno le prossime elezioni vi spazzino via, comunque grazie anche a voi.

Grazie a chi non ne vuol sapere di evitare gli assembramenti e non si cura di usare la mascherina o la distanza sociale: aperitivi, balli, passeggio in vie affollatissime. In particolare vi ringraziano anche coloro che lottano contro il virus, gli angeli, li ricordate? Oltre vedersi tagliare le ferie, perchè negli ospedali lo stato di emergenza non è mai finito, mentre noi ci lamentiamo del caldo, continuano a lavorare coperti di tutto punto, ma solo perchè si sentono fighi, non per il covid perchè pare che non esista.

Anche oggi 481 nuovi positivi, che si aggiungono a quelli di ieri, dell’altro ieri, dell’altro ieri ancora. Facendo 2 conti con i dati del Corriere della Sera, dal primo agosto ad oggi siamo a 3.881 contagiati in più in 13 giorni, ma il Covid non esiste ed anche questi ultimi dati fanno parte del complotto.

Quasi comincio a sperarci in questo complotto, accetterei più volentieri sapere di essere stata raggirata piuttosto che sapere gli ospedali di nuovo pieni.

“Il catalogo delle donne valorose”

Mai e poi mai avrei pensato che leggere un catalogo potesse essere interessante e illuminante.

Se penso ad un catalogo il primo che mi viene in mente è quello di Ikea, il secondo quello dei premi conad, poi “il catalogo premi è scaduto” del corso di scrittura, che mi sta ancora facendo impazzire nel tentativo di tirarne fuori una storia che ho ben delineata in mente, ma che richiede di dover fare delle ricerche per poterla scrivere e altri che nella vita ci si trova a consultare per un acquisto o altro.

Quindi, quando qualche giorno fa, mi è stato regalato “Il catalogo delle donne valorose” di Serena Dandini, di cui non conoscevo l’esistenza, l’ho sfogliato subito con estrema curiosità.

Un catalogo con storie di donne che nella loro vita si sono distinte per tanti motivi, donne coraggiose e intraprendenti che hanno creduto e portato avanti i loro ideali con forza, ma che, difficilmente, troviamo citate nei libri di storia o a cui raramente è stato riconosciuto il valore delle loro idee o azioni. Donne inserite in questo catalogo perchè, per ognuna di loro, qualche vivaista ha creato una rosa che le ricordasse portando il loro nome.

Storia dopo storia, o rosa dopo rosa ho conosciuto trentaquattro donne valorose.

Alcune mi erano note, altre no, ad alcune mi sono sentita più vicina ad altre meno, ma ciò non toglie che ognuna di loro, presa nel contesto storico e sociale in cui ha vissuto, è stata all’avanguardia per gli ideali, lotte, scoperte, studi o ricerche, che in alcuni casi sono ancora di attualità. Penso, in particolare, alle lotte per affrancarsi come donne libere e indipendenti che tante donne ancora combattono.

Perchè diciamocelo chiaramente, essere donne non è sempre così facile come essere uomini, specialmente essere donne valorose, gli ostacoli ancora ci sono, superarli richiede sacrifici e salire sul podio del riconoscimento è ancora molto difficile.

Il piccolo inconveniente da secoli è che non c’è nessun podio o inno pronto ad accogliere queste vincitrici, né tantomeno una medaglia da appuntar loro al petto. È un annoso argomento che studiose molto più autorevoli di me hanno già posto all’attenzione mondiale: per semplificare la pratica potremmo dire che, mentre l’Uomo Invisibile è diventato una star cinematografica, le donne spesso sono invisibili e rimangono tali.

Un libro che andrebbe letto da tutte le donne, ma anche dagli uomini che capiranno di che tempra son sempre state le donne anche se di secoli passati, sempre lungimiranti, scaltre, intraprendenti, allora come ora.

Ma quante donne, nella vita di ognuno di noi, meriterebbero una rosa che le ricordi? Personalmente mi vengono in mente le mie nonne, mia mamma. Nelle loro vite, semplici e complesse all’unisono, sono state donne di grande valore, che mi hanno insegnato molto. Penso anche ad alcune mie amiche che non hanno avuto per nulla vite semplici, ma hanno trovato la forza di farcela, superare gli ostacoli e uscirne più forti, anche quelle che, tutt’ora, stanno lottando e spero ce la faranno, si una rosa anche per tutte loro che resteranno sconosciute al mondo, ma non a me.

Ci vorrebbe una rosa che si chiami “donna valorosa” per tutte quelle donne che non saranno mai in nessun libro, ma saranno le eroine del loro piccolo mondo.

“È facile per una donna essere valorosa. Il salto mortale per tentare di mettere insieme casa, lavoro (sempre se si riesce a trovarne uno), magari figli e cure sparse a parenti vari… già dovrebbe far scattare una decorazione al merito.”

La moto

Moto, motorini, vespe, vesponi e, qualche volta, anche le biciclette, tutti mezzi a due ruote che mi terrorizzano.

La mia paura ha radici lontane, per le biciclette risale a quando ero bambina. In sella alla bici con una mia cugina, ci lanciammo per una discesa senza sapere che i freni non funzionavano. Ci schiantammo adosso ad un furgoncino che passava sulla strada incrociata dalla discesa. Fortunatamente ebbi il riflesso di buttarmi dalla bici all’ultimo momento, me la cavai con qualche escoriazione, qualche livido e il resto dell’estate dalle suore ad impare il ricamo, a mia cugina che era davanti andò peggio, o forse meglio? Prese il furgone in pieno si fece parecchio male, parecchi giorni a letto, ma scampò il ricamo. Stavamo giocando con dei bambini a meccanici e clienti, ovviamente noi eravamo le clienti, quindi, portammo ad aggiustare la bici per gioco, ma loro, ohibò, staccarono i freni per davvero.

La paura della moto, invece, risale all’unica volta, in quinto superiore, in prossimità degli esami di maturità, in cui marinai la scuola per una gita fuori porta con tutta la classe.  Quella salina fu la decisione più audace della mia vita scolastica, anzi no, la più audace fu quando mandai a fancul il prof. di matematica, anche se, più che audace, quest’ultima fu un suicidio.

Comunque, arrivata alla fine, una salina me la potevo anche permettere, certa che se mi avesse scoperta mio padre, per il quale la scuola era sacra, la punizione sarebbe stata solenne.  Organizzai, quindi, uno dei miei piani macchiavellici, cosa per me all’ordine del giorno se volevo godere di un pò di libertà, ma dimenticai di tener conto del fatto che quando il diavolo fa le pentole, dimentica i coperchi. Fu così che, dopo essermi fatta convincere da un mio compagno (complice una cotta reciproca negli anni precedenti che lo rendeva degno di fiducia) a salire in moto con lui per andare alla gita fuori porta, nel bel mezzo della campagna cademmo con la moto che, pare, prese un sasso e si impennò. Moto rotta e lividi vari, non sto a dirvi la fatica per occultarli agli occhi dei miei genitori.

Capisco il fascino della moto, dell’avventura, ma che male quei lividi! Fu così che quel giorno misi la croce sui mezzi a due ruote.

Croce che non ho più tolto, nemmeno quando i miei figli, nelle fasi della loro crescita, mi hanno tempestata di richieste per motorini e moto, trovavo biglietti ovunque “Ci compri la moto?”, nel portafogli, sotto al piatto o al cuscino.

Ho sempre resistito stoicamente nel dire no, cedendo volentieri alle altre richieste (leggere cane), ma non alla moto.

Il secondo dei miei figli, quello già sposato, ha provato più volte a comprare la moto, ma sono sempre riuscita, finchè ha vissuto in casa, a deviare i suoi risparmi convincendolo ad utilizzarli per altri acquisti più importanti, tipo una casa. Andato a vivere a casa sua, non ha più pensato alla moto, almeno credevo.

Circa un mese fà, per un paio di giorni, è scomparso dagli schermi radar, nessuno sapeva dirmi dove fosse. Ero un pò preoccupata perchè stava vivendo un momento particolare. Il secondo giorno di assenza, ad un tratto, mi è arrivato su Whatsapp un suo msg che iniziava con “Cara mamma lo sai che ti voglio tanto bene …”

Allegata una sua foto alla guida di un furgone con le dita a formare il simbolo della vittoria … non ho nemmeno finito di leggere il messaggio strappalacrime, che avevo già immaginato nel furgone ci fosse una moto.

Ebbene si ho perso la mia battaglia.

Oggi, mentre ero in terrazza, l’ho visto sfrecciare in moto, aveva sua moglie dietro che si teneva ben ancorata a lui, erano davvero carini da vedere, lei aveva anche il casco con i cuoricini.

Non mi resta che sperare che siano prudenti, che la fortuna li assista, ma soprattutto che siano sempre felici e uniti, così come li ho visti oggi.

I rapimenti mistici più belli sono quelli col casco e il giubbotto da motociclista.
(Fabrizio Caramagna)

“I cieli di Philadephia” di Liz Moore

Un libro con una partenza diesel, almeno per me, che ho faticato ad entrare nella storia e un paio di volte sono stata tentata di abbandonarlo. Ringrazio, però, la mia determinazione a dover portare a termine ciò che inizio perché, ad un tratto, mi sono trovata catapultata in un bellissimo romanzo, di cui, successivamente, ho faticato ad interromperne la lettura per dedicarmi anche ad altri impegni. Quando il motore è entrato a pieni giri, non sono mancati colpi di scena e azione ed anche il finale è stato, per me, una vera sorpresa.

“I cieli di Philadelphia” è un romanzo giallo, ma non solo, è un romanzo psicologico e di formazione in cui si mescolano, fino a fondersi in alcuni momenti, la storia familiare della protagonista, di sua sorella e un caso di polizia. E’ ambientato a Kensington, quartiere degradato di Philadelphia, e le storia si snoda negli ambienti malfamati del quartiere tra personaggi dalla dubbia moralità, poliziotti corrotti, tossici e giovani prostitute. Un’incursione nella società americana che la penna di Liz Moore ha reso molto realistica.

Il racconto si apre sulla scena di un delitto, quello di una giovane prostituta, da cui si discosta quasi subito per spostarsi sulla protagonista, Michaela Fitzpatrick, agente di polizia e voce narrante, che inizia un racconto del suo passato e quello di sua sorella e la sua ricerca di quest’ultima. I due filoni narrativi si alternano, fino alla fine, in un arco temporale che è un “allora” e “adesso”. Passato e presente che si lasciano e prendono continuamente tramite eventi di adesso che portano a riflettere su scelte di allora, per, poi, ritornare ad adesso.

Nel corso della storia c’è un prendere coscienza da parte di Michaela delle implicazioni psicologiche che gli eventi familiari e sociali passati, hanno avuto sulla vita sua e quella di sua sorella portandole ad essere quello che sono: due persone diametralmente opposte, ma che, in qualche modo, nonostante il distacco e le incomprensioni nel loro vissuto, sono sempre legate una all’altra.

Ci allontanammo sempre più l’una dall’altra. Senza di lei la mia solitudine diventò clamorosa, un rumore di fondo costante, un arto supplementare, una lattina vuota che mi tiravo dietro ovunque andassi

Rimaste orfane, ancora bambine, sono cresciute, dalla nonna Gee, in un ambiente in cui l’affettività è sempre stata latente, ma una ne “sembra” uscita responsabile e retta in grado di un riscatto sociale che l’ha vista elevarsi rispetto all’altra rimasta vittima del degrado, della prostituzione, di una vita ai margini, un destino quasi ineluttabile sancito dal mondo di nascita e crescita. Due sorelle in contrapposizione che, nonostante la vita le abbia separate, trovano la forza di unirsi per superare le difficoltà di un destino molto duro.

Liz Moore ha una scrittura fluida e scorrevole, le sue descrizioni sempre precise e attente, non mancano di crudezza quando necessario, anche se, secondo me, in alcuni momenti si dilunga un po’ troppo in esse, ma, probabilmente, è ciò che rende la storia alquanto realistica. I personaggi sempre ben delineati denotano uno studio attento nella costruzione della loro psicologia ed emotività. Niente viene lasciato al caso, ogni tassello del puzzle è messo con estrema cura, fino a portare una storia articolata ad un finale chiaro e ordinato come un puzzle appena completato.

Un romanzo forte che pian piano arriva a colpirti, ne consiglio la lettura.

Questo libro è per chi ha un posto segreto dove conservare i ricordi più cari, per chi ha visto cadere la neve sul palco dello Schiaccianoci, per chi da piccolo storpiava irrimediabilmente ogni parola, e per chi ha trovato il coraggio di affrontare i propri errori in nome della verità, per aprire gli occhi sul mondo come fosse la prima volta.

Finalmente …

un pò di tempo per il blog, per lasciarvi un saluto veloce. Il corso online seguito insieme alla mia socia, amica, quasi sorella, ma soprattutto “compagna di scarpe” è terminato e, finalmente siamo in vacanza. Siamo rimaste così entusiaste del corso che abbiamo deciso, a settembre, di iscriverci anche a quello avanzato.

Quindi posati momentaneamente carta e penna, ops tastiera e tablet, da domani mi aggiornerò sulle vostre storie e spero di aggiornarvi sulle mie. Le congiunture astrali negative, o la sfiga, o il destino avverso, o dei grossi nuvoloni, non so cosa con precisione, continuano ad aleggiare sulla mia vita, ma qualche barlume di cielo sereno si comincia a vedere e, comunque, appena posso continuo a perdermi davanti ai miei tramonti pensando che sono abbastanza tosta da spuntarla su tutto.

À bientôt mes amis!

La foto di copertina è dal mio archivio “a caccia di tramonti” tramonto sul lago Trasimeno

La suocera

Mai ruolo fu più inviso a generi e nuore, ma credetemi nemmeno le suocere lo amano molto, se potessero lo rifiuterebbero volentieri. Lo dico da suocera.

Perché quando diventi suocera, indipendentemente da quale siano il tuo carattere o la tua mentalità, tutti i preconcetti, i detti e non detti sulla categoria sono li che incombono sulla tua testa e, come una spada di Damocle, al primo errore, che sia tuo o di qualcun altro, son pronti a trafiggerti.

Di solito la suocera più invisa al grande pubblico è la mamma di lui , in parte lo confermano anche la narrativa e la cinematografia. “Come difendersi dalla suocera” “Mia suocera è un mostro” tutte autrici al femminile, anche nel film “Quel mostro di suocera” con Jennifer Lopez, il mostro è la mamma di lui.

Credo che i tempi stiano un pò cambiando e cominci anche la mamma di lei a diventare “la suocera” sempre in mezzo, sempre a dispensar consigli e a monopolizzare il poco tempo libero della figlia per fare: shopping insieme, dal parrucchiere insieme, l’estetista insieme, in palestra insieme. Ovviamente sono solo lamentele che ho sentito da conoscenti, ma se qualche maschietto o mamma vogliono dire la loro sarò bel lieta di leggere.

Io ho una suocera fantastica, a cui sono molto affezionata, siamo andate sempre molto d’accordo rispettando ognuna gli spazi dell’altra. Mi ha sempre aiutata quando ne ho avuto bisogno, mi ha elargito consigli quando li ho chiesti. L’unico rito, costante nel tempo, è stato il pranzo della domenica, ma senza stress. Si poteva accettare o non a lei andava bene lo stesso. Per tutto il resto, o quasi, si è fatta i ca@@i suoi. Non perchè fosse menefreghista o non amasse suo figlio, o i suoi nipoti, ma proprio per amore di tutti è sempre stata quel passo indietro che ha fatto funzionare tutto.

Quando l’ho conosciuta era una giovane donna di 39 anni, che lavorava e si prodigava per la sua famiglia e non ha mai smesso di farlo. Continua anche ora che è anziana e vedova, provando ad essere il più autonoma possibile. A volte le imponiamo il nostro aiuto, per timore che faccia i complimenti, perché lei lo chiede solo quando è veramente impossibilitata a fare da se. Proviamo ad invitarla a pranzo ogni domenica,  ma non sempre ne ha voglia.

Mia mamma, invece, è stata una suocera un pò più difficile, la sua voleva dirla, richiesta o no, non poteva farne a meno. La tecnica di tutti noi della famiglia, per sopravvivere, è sempre stata lasciarla parlare e subito dopo dimenticare. Però, anche lei, è sempre stata una suocera autonoma. Alla morte di mio padre lei, che aveva quasi 65 anni, a mia insaputa perché ero contrarissima e non volevo caricarmi di una ulteriore preoccupazione pensando agli automobilisti che l’avrebbero incrociata, prese la patente per non chiedere passaggi a nessuno. Le dovetti dire “Chapeau mamma!” (poi un giorno vi racconterò la storia di mia mamma alla guida).

Ed io che suocera sono? Specialmente, per il fatto che abito vicino a mio figlio e sua moglie, ma non ci vediamo mai, una che si fa i cavoli, zucchine, pomodori, ecc, ecc, suoi. Tengo a dire che sono così proprio come indole. Sono una che vive nel suo mondo, spesso con la testa, ma anche i piedi, tra le nuvole. Comunque, per fare il meglio possibile il mio ruolo di suocera mi sono ispirata molto alla mia e poco a mia mamma.

Ci sono e non ci sono, non vedo, non sento, se richiesto da entrambi corro o do il mio consiglio, non invito a pranzo con regolarità, ma sanno che alla mia tavola il posto per loro c’è e ci sarà sempre, anche senza preavvisi.

Ho la mia vita da vivere, non voglio certo vivere la loro!

Direi che ha funzionato tutto alla grande finché non ho avuto uno scambio di opinioni con un’amica psicologa.

Lei sostiene che abitare vicino ai genitori è la rovina delle coppie, perchè le suocere si intromettono sempre “Ai miei pazienti consiglio di andare ad abitare lontano”

Mi è sorto un pò il dubbio che parlasse alla nuora per far intendere alla suocera, al che mi sono sentita in obbligo di ribattere.

Le ho fatto notare che, se lei ha problemi con sua suocera, sua mamma, sua nonna, suo marito, (nemmeno vivono nella sua stessa città) questi problemi non godono della proprietà transitiva e passano automaticamente ai suoi pazienti. Ed, inoltre, che conosco genitori che abitano vicino ai figli sposati e con quest’ultimi non hanno problemi, vedi me e se li ho non ne sono a conoscenza.

Cara la mia amica il consiglio giusto che dovresti dare non è quello di cambiare casa o di andare lontano, ma di liberarsi della suocera, quella giusta, che non necessariamente è quella che abita vicino.

Non esistono mogli o mariti perfetti. Figuriamoci le suocere.
(Papa Francesco)

Sunset

Puntuale, sera dopo sera,  arriva lui che, come musica per l’ anima, attenua ogni mia preoccupazione