Finalmente …

un pò di tempo per il blog, per lasciarvi un saluto veloce. Il corso online seguito insieme alla mia socia, amica, quasi sorella, ma soprattutto “compagna di scarpe” è terminato e, finalmente siamo in vacanza. Siamo rimaste così entusiaste del corso che abbiamo deciso, a settembre, di iscriverci anche a quello avanzato.

Quindi posati momentaneamente carta e penna, ops tastiera e tablet, da domani mi aggiornerò sulle vostre storie e spero di aggiornarvi sulle mie. Le congiunture astrali negative, o la sfiga, o il destino avverso, o dei grossi nuvoloni, non so cosa con precisione, continuano ad aleggiare sulla mia vita, ma qualche barlume di cielo sereno si comincia a vedere e, comunque, appena posso continuo a perdermi davanti ai miei tramonti pensando che sono abbastanza tosta da spuntarla su tutto.

À bientôt mes amis!

La foto di copertina è dal mio archivio “a caccia di tramonti” tramonto sul lago Trasimeno

La suocera

Mai ruolo fu più inviso a generi e nuore, ma credetemi nemmeno le suocere lo amano molto, se potessero lo rifiuterebbero volentieri. Lo dico da suocera.

Perché quando diventi suocera, indipendentemente da quale siano il tuo carattere o la tua mentalità, tutti i preconcetti, i detti e non detti sulla categoria sono li che incombono sulla tua testa e, come una spada di Damocle, al primo errore, che sia tuo o di qualcun altro, son pronti a trafiggerti.

Di solito la suocera più invisa al grande pubblico è la mamma di lui , in parte lo confermano anche la narrativa e la cinematografia. “Come difendersi dalla suocera” “Mia suocera è un mostro” tutte autrici al femminile, anche nel film “Quel mostro di suocera” con Jennifer Lopez, il mostro è la mamma di lui.

Credo che i tempi stiano un pò cambiando e cominci anche la mamma di lei a diventare “la suocera” sempre in mezzo, sempre a dispensar consigli e a monopolizzare il poco tempo libero della figlia per fare: shopping insieme, dal parrucchiere insieme, l’estetista insieme, in palestra insieme. Ovviamente sono solo lamentele che ho sentito da conoscenti, ma se qualche maschietto o mamma vogliono dire la loro sarò bel lieta di leggere.

Io ho una suocera fantastica, a cui sono molto affezionata, siamo andate sempre molto d’accordo rispettando ognuna gli spazi dell’altra. Mi ha sempre aiutata quando ne ho avuto bisogno, mi ha elargito consigli quando li ho chiesti. L’unico rito, costante nel tempo, è stato il pranzo della domenica, ma senza stress. Si poteva accettare o non a lei andava bene lo stesso. Per tutto il resto, o quasi, si è fatta i ca@@i suoi. Non perchè fosse menefreghista o non amasse suo figlio, o i suoi nipoti, ma proprio per amore di tutti è sempre stata quel passo indietro che ha fatto funzionare tutto.

Quando l’ho conosciuta era una giovane donna di 39 anni, che lavorava e si prodigava per la sua famiglia e non ha mai smesso di farlo. Continua anche ora che è anziana e vedova, provando ad essere il più autonoma possibile. A volte le imponiamo il nostro aiuto, per timore che faccia i complimenti, perché lei lo chiede solo quando è veramente impossibilitata a fare da se. Proviamo ad invitarla a pranzo ogni domenica,  ma non sempre ne ha voglia.

Mia mamma, invece, è stata una suocera un pò più difficile, la sua voleva dirla, richiesta o no, non poteva farne a meno. La tecnica di tutti noi della famiglia, per sopravvivere, è sempre stata lasciarla parlare e subito dopo dimenticare. Però, anche lei, è sempre stata una suocera autonoma. Alla morte di mio padre lei, che aveva quasi 65 anni, a mia insaputa perché ero contrarissima e non volevo caricarmi di una ulteriore preoccupazione pensando agli automobilisti che l’avrebbero incrociata, prese la patente per non chiedere passaggi a nessuno. Le dovetti dire “Chapeau mamma!” (poi un giorno vi racconterò la storia di mia mamma alla guida).

Ed io che suocera sono? Specialmente, per il fatto che abito vicino a mio figlio e sua moglie, ma non ci vediamo mai, una che si fa i cavoli, zucchine, pomodori, ecc, ecc, suoi. Tengo a dire che sono così proprio come indole. Sono una che vive nel suo mondo, spesso con la testa, ma anche i piedi, tra le nuvole. Comunque, per fare il meglio possibile il mio ruolo di suocera mi sono ispirata molto alla mia e poco a mia mamma.

Ci sono e non ci sono, non vedo, non sento, se richiesto da entrambi corro o do il mio consiglio, non invito a pranzo con regolarità, ma sanno che alla mia tavola il posto per loro c’è e ci sarà sempre, anche senza preavvisi.

Ho la mia vita da vivere, non voglio certo vivere la loro!

Direi che ha funzionato tutto alla grande finché non ho avuto uno scambio di opinioni con un’amica psicologa.

Lei sostiene che abitare vicino ai genitori è la rovina delle coppie, perchè le suocere si intromettono sempre “Ai miei pazienti consiglio di andare ad abitare lontano”

Mi è sorto un pò il dubbio che parlasse alla nuora per far intendere alla suocera, al che mi sono sentita in obbligo di ribattere.

Le ho fatto notare che, se lei ha problemi con sua suocera, sua mamma, sua nonna, suo marito, (nemmeno vivono nella sua stessa città) questi problemi non godono della proprietà transitiva e passano automaticamente ai suoi pazienti. Ed, inoltre, che conosco genitori che abitano vicino ai figli sposati e con quest’ultimi non hanno problemi, vedi me e se li ho non ne sono a conoscenza.

Cara la mia amica il consiglio giusto che dovresti dare non è quello di cambiare casa o di andare lontano, ma di liberarsi della suocera, quella giusta, che non necessariamente è quella che abita vicino.

Non esistono mogli o mariti perfetti. Figuriamoci le suocere.
(Papa Francesco)

Sunset

Puntuale, sera dopo sera,  arriva lui che, come musica per l’ anima, attenua ogni mia preoccupazione

Nozze nel bosco

Questa mattina c’è un gran movimento nel condominio di fianco al mio.

Gli abitanti sono molto indaffarati e con le loro chiacchiere e il gran movimento, sono riusciti a svegliarmi. Ormai sveglia, non  posso far altro che andare a vedere cosa stia succedendo.

Armata di cappuccino con tanta schiuma e ancora mezza rinco dal sonno (o forse completamente rinco) mi sistemo sulla sedia a dondolo in terrazza, il mio punto di osservazione privilegiato.

Il condominio è proprio davanti al mio balcone, all’inizio era un piccolo condominio, ma negli anni si è ampliato, i piani sono aumentati e ormai ha superato in altezza la mia palazzina, ovviamente, anche gli abitanti sono aumentati.

È un pò rumoroso, specialmente la mattina presto, come oggi. Alle prime luci del sole sono già in movimento, ma è una confusione piacevole da sentire, il risveglio della natura.

Sono di diverse etnie, qualcuno autoctono, altri migrati dal sud africa, ma convivono in perfetta armonia.

Son tutti li che corrono su e giù, un momento uno di loro è al primo piano, il momento dopo al terzo, si spostano anche nei condomini adiacenti, vanno e vengono senza sosta. Sembra stiano organizzando qualcosa di importante, canticchiano allegramente, qualcuno fischietta e qualcuno fa un suono strano che sembra un oboe, ma son tutti li indaffarati, saltellano su e giù in qua e in là, ogni tanto si fermano e si guardano intorno.

Penso si stiano preparando per un matrimonio, c’è anche il wedding planner che, dal suo punto di osservazione, si preoccupa che tutto proceda secondo i piani …

Direte “Perchè proprio un matrimonio?”

Perchè ascoltandoli mi è tornata in mente questa canzoncina che cantavo sempre ai miei figli “Nozze nel bosco” e prima di finire nel loop “la canzone che mi passa per la testa” vado a cercarmi altro da canticchiare, anche se, ormai, sarà molto difficile uscirne … “Nel bosco si sposarono l’allodolo e l’allodola … tutti gli ospiti canticchiavano molto lieti di esser li …”

Buon sabato canterino a tutti!

Quella volta che … (parte uno)

molti anni fa Quarantenastyle (per chi non lo sapesse la mia compagna di blog) venne a fare una breve (troppo) vacanza nella mia regione, ospite a casa mia, insieme al più piccolo dei suoi indiani. Stabilito il periodo, subito cominciai a pensare cosa potevo organizzare affinché la vacanza restasse impressa nella sua mente e in quella dell’indianino e, più che altro, che lui non ricordasse il suo viaggio a Perugia, dall’amica di mamma, come una rottura de ball o, per lo meno, non come una completa rottura de ball, perché un po’ di rottura non potevo proprio evitarla.

È noto che la mia è terra di santi e per la sua bellezza è stata, anche, d’ispirazione per alcuni poeti, ma un ragazzo di 12 anni non lo colpisci portandolo sul cammino di San Francesco, Santa Chiara, Santa Rita o San Benedetto da Norcia, tanto meno mostrandogli il panorama che fu d’ispirazione a Dante e che citò nell’XI canto del Paradiso.

Intra Tupino e l’acqua che discende del colle eletto dal beato Ubaldo,
Fertile costa d’alto monte pende,
onde Perugia sente freddo e caldo da Porta Sole;
e di rietro le piange per grave giogo Nocera con Gualdo (Dante, Divina Commedia, Canto XI -Paradiso)

Figuriamoci se li portavo a rimirar le fonti del Clitunno che colpirono così tanto il Carducci da ispirargli, la poesia “Alle fonti del Clitunno” che fa parte della raccolta “Odi barbare”

Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,
tutto: de’ vaghi tuoi delúbri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi (Giosuè Carducci)

Mi serviva qualcosa alla Super Mario Bross, per coinvolgere un dodicenne nella mini vacanza, magari non proprio una principessa da salvare, ma qualcosa che ci facesse saltare, correre o arrampicarci, qualcosa di inusuale.

Iniziai a vagliare tutte le possibilità che la mia regione offriva dalla speleologia (ma io con le grotte ho qualche problemino), alle arrampicate (non se ne parla e se le corde non tengono?), il deltaplano (quasi, quasi, ma Quarantena non prende nemmeno l’aereo) …. raftinggg!!! Siiii l’acqua è il mio elemento! Sul Corno o sul Nera? Prese tutte le informazioni al riguardo … fu rafting sul fiume Corno … evvai di avventuraaa!!!

Cosa non meno importante insieme al rafting in val Nerina, oltre la norcineria potevo rifilargli qualche santuario tipo Cascia e, a Roccaporena, la scalata (quasi roba da Super Mario) fino alla cima dello scoglio dove Santa Rita si ritirava in preghiera.

La vacanza ha funzionato? Echevelodicoaffà? Quarantena dopo dieci anni ancora ne parla, l’indianino, che ormai è un pellerossa adulto e cavalca la prateria in piena libertà, qualche sorriso, allora, lo aveva accennato … quindi si spero di si … ho iniziato a lavorare sulla prossima, sono indecisa tra lancio con il paracadute, lancio con il parapendio o, forse, meglio un tranquillo giro in canoa sul lago Trasimeno? La vacanza scorsa quest’ultimo lo abbiamo trascurato.

Quarantenastyle quand’è che arrivi?

Stay tuned (miiiii da quanto volevo scriverlo 😀 ) …. presto Quarantenastyle con la seconda parte.

Se dico lenticchie …

sono quasi certa che a qualcuno verrà subito in mente il cotechino o le salsicce, qualcun altro penserà ai loro effetti benefici per la salute oppure alla fortuna che dovrebbero portare se mangiate durante il cenone di capodanno. Non so quanti di voi, invece, penseranno alle lenticchie prima che finiscano nel piatto, quando ancora sono nel campo quasi pronte per essere raccolte.

Nella mia regione e nello specifico nel Pian grande di Castelluccio, altopiano della catena dei Sibillini, al confine tra Marche e Umbria, ogni anno avviene la fioritura delle lenticchie e di tanti altri fiori come fiordalisi, papaveri, senape selvatica, camomilla bastarda, leucantemo, specchio di venere, che raggiunge il suo culmine verso fine giugno inizio luglio. Si tratta di uno spettacolo unico per gli occhi, un panorama arcobaleno che si estende per tutto l’altopiano, lo si potrebbe osservare per ore lasciando fantasticare la nostra mente in quel quadro impressionista che solo la natura può dipingere così bene.

Sembra che quest’anno sia in corso la più bella fioritura di sempre e questa è, proprio, la settimana perfetta per osservarla poiché sta raggiungendo il suo apice. Se siete impossibilitati quest’anno, vi consiglio di mettere la partecipazione a questo evento in agenda per il futuro, resterete sicuramente soddisfatti.

Ovviamente la zona di Castelluccio non è famosa solo per la fioritura, ma è anche un’ottima località per una vacanza all’insegna del relax o dell’avventura; non mancano luoghi d’incanto da visitare, passeggiate da fare a piedi o in bicicletta o avventurarsi in deltaplano o parapendio per una visione dall’alto di tutto il comprensorio. Non meno divertente sarà lanciarsi in un avventuroso rafting, con salto di cascatella compreso, come facemmo anni fa io e la mia socia Quarantenastyle, nel fiume Corno poco distante, con a seguire panino con porchetta o coglioni di mulo e birra fresca, consumato nelle locali norcinerie.

Buona settimana fiorita a tutti!

Ricordo di sapori perduti …

Oggi delle semplici zucchine hanno avuto il potere di trasportarmi in un viaggio tra i ricordi e i sapori perduti. Ero intenta a farle a rondelle che mi è tornato in mente quando le preparava mia mamma, fresche appena colte dall’orto, e mia nonna che le diceva “Te cucinale pure, ma io non le mangio, mi fanno sentire freddo”.

Il freddo che sentiva mia nonna, in realtà era il ricordo di quando cucinava zucchine in tutti i modi per sfamare i suoi figli, non erano una famiglia benestante, lei era vedova ed aveva sei figli da crescere, le zucchine, in estate, insieme alle patate andavano alla grande, così raccontava lei. Ad un certo punto, quando la situazione migliorò, disse “basta zucchine” ed ogni volta che le venivano proposte “No grazie, mi fanno sentire freddo”, però non disse mai basta alle patate. Queste ultime in casa di mia nonna sono sempre state il piatto per eccellenza. Capitava spesso che con i miei cugini (oltre 11 monelli quasi tutti coetanei) ci trovavamo insieme a casa sua e lei in un batter d’occhio, se non c’erano i maritozzi con la Nutella, ci allestiva merende a base di patatine fritte (i dietologi infantili oggi griderebbero all’orrore). Le più buone che ricordo di aver mangiato. Quelle del Mac Donald o qualunque friggitoria “non si avvicinano nemmeno lontanamente alle patatine che friggeva la nonna”, parola di “cugini uniti”. Erano inimitabili, si! Avevano il sapore della felicità, dei giochi, del chiasso e dell’allegria. Gliele rubavamo man mano che friggeva e lei divertita, nella sua immensa cucina, ci inseguiva intorno alla tavola fingendo di volerle riprendere.

Tornando alle zucchine, benchè mia nonna non le mangiasse, quelle di mia mamma avevano il loro perchè. Che le facesse fritte o in padella con aglio e rosmarino o ripiene di carne erano sempre super e per quanto io mi possa adoperare a mettere in pratica i suoi suggerimenti, per il mio palato, i miei piatti a base di zucchine non sono mai all’altezza di quelli che preparava lei. Quando poi li assaggio, quasi, quasi fanno sentir freddo anche a me.

Mia mamma era una maestra nel cucinare qualsiasi cosa, lo faceva con passione. Quando voglio replicare qualche suo piatto cerco di rivederla in cucina mentre li prepara, e provo a rifare i suoi stessi passaggi, difficilmente sono soddisfatta del risultato. Nonostante ricevo complimenti dai commensali sento che il sapore non è lo stesso, si avvicina soltanto. Forse aveva qualche ingrediente magico o magico era il suo tocco.

Tra tutte le cose buone che preparava mia mamma, tra tutti i sapori perduti insieme a lei, ce n’è uno che non sono mai riuscita a replicare quello del “caffè-latte”, tanto semplice da fare ma tanto complicato da fare come il suo, che era perfetto! Era giusta la temperatura, il dosaggio del latte e del caffè e, poi, me lo versava in un bicchiere di vetro. Ho comprato la moka come ce l’aveva lei, lo stesso pentolino che usava lei per scaldare il latte e i bicchieri come i suoi, ma non sono mai riuscita a replicare lo stesso gusto, non riesco ad andarci nemmeno vicina. Per anni ho provato e riprovato a rifarlo, ma niente, ricetta ineguagliabile. Ogni tanto per consolarmi le telefonavo e le dicevo “Mami passo a prendere il caffè-latte da te” e la soddisfazione di berlo in sua compagnia era enorme. Solo dopo che lei, purtroppo, se n’è andata ho capito cosa avesse il suo caffè-latte in più del mio … l’aroma di coccole che, sicuramente, metteva di nascosto e quel sapore di casa natia che non si può dimenticare.

Ci sono momenti in cui una luce particolare ti avvolge
e i ricordi si aprono,
e all’improvviso senti l’aria di un altro luogo, di un altro mese, di un’altra vita.
(Fabrizio Caramagna)

Per me un caffè “marocchino”

Dai supermercati svizzeri via i moretti, pare siano cioccolatini razzisti. L’Oreal annuncia che non utilizzerà più i termini bianco e sbiancante, razzisti pure questi. Nel campo della tecnologia stanno dismettendo  termini come black list, slave, black hat, su white hat non ho ancora notizie, ma immagino che dopo l’iniziativa di L’Oreal, anche white hat presto sarà censored.

“Via col vento” da film romantico e storico per eccellenza, nel giro di poco, si è ritrovato ad essere un inno al  razzismo, al punto da doverlo cancellare dai cataloghi di Hbo Max insieme ad una sua proiezione a Parigi prevista per inaugurare la riapertura dei cinema post lockdown.

Credo non manchi ancora molto affinchè si arrivi alla censura del colore testa di moro, nonchè dell’omonimo dolcetto napoletano o al divieto del cocktail Negroni, anche se prende il nome dal suo creatore Camillo Negroni, ma si può sempre pensare di eliminare anche tale cognome. Già che ci siamo ve lo ricordate il salame Negroni? Che ne facciamo? L’ideale sarebbe a fette in una rosetta, ma potremmo doverci rinunciare.

Mi viene in mente anche una futura abolizione del gioco della dama, quelle pedine bianche e nere che si affrontano sulla scacchiera hanno un non so che di inquietante. E la serie TV “Black list”? Rischia grosso anche lei. Prevedo, inoltre, a causa di questa isteria antirazzista anche grosse ripercussioni sul panorama musicale italiano. I “Negramaro”, per esempio, che ne facciamo? E di quegli sfrontati dei “Neri per caso” o non per caso? Immaginate falò di cd, vinili e musicassette.

Vi ricordate lo spot delle liquirizie tabù negli anni ’80?

Preoccupante vero? Non per fare la spia, ma le liquirizie Tabù esistono ancora … una petizione retroattiva?

Attenzione in futuro nel dire al vostro amico di ritorno dal mare “Ma quanto sei nero!” ripensate che abbronzato è il termine giusto da utilizzare, almeno credo. Quando vi servirà lo sbiancante per il bucato suggerisco di inventarvi una parafrasi che faccia capire bene cosa state cercando al commesso del supermercato, evitando di fare i razzisti e usare termini come bianco o sbiancante.

In tutta questa confusione di termini potenzialmente bandibili dall’uso quotidiano, che ci costringerà sempre più a misurare le parole quando si parla o si scrive, spero si salvi il caffè “marocchino”, il mio preferito. Credetemi in una simile bontà non ci vedo proprio nulla di razzista e magari, in barba al politically correct, lo accompagneremo con un bel “chicchirichì”, un moretto sotto mentite spoglie della pasticceria napoletana.


Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, e se possono imparare a odiare, possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio (Nelson Mandela)

Destino …

Non so se esiste il destino o se è solo casualità ciò che ci capita nella vita, ma in questo momento voglio credere che il destino esista.

Ieri sera stavo guardando alcune foto su instragram e mi sono accorta di avere la notifica di un msg, ho cliccato ed ho riconosciuto subito il nome. Una mia conoscenza di più di trenta anni fa che mi  ha scritto “Il destino mi ha dato l’alloggio di servizio dove ho bei ricordi di un grande amico.”

Chi mi ha scritto si riferiva a tanti anni fa. A quando era un bimbo piccolissimo, il terzo figlio dei nostri vicini di casa,  con cui i miei avevano un bel rapporto di vicinato e amicizia. Praticamente l’ho visto nascere, ricordo ancora sua mamma incinta e quando, appena nato, lo riportarono a casa dall’ospedale. Era un cicciottino biondo bellissimo, ci affezionammo subito tutti a lui, in particolare mio papà, il suo  “grande amico”. L’alloggio di servizio, invece, era la nostra casa di allora che, ora, il destino ha voluto sia di quel bimbo, che sicuramente, ormai uomo con una famiglia tutta sua, è tornato in città.

Il bimbo passò molto tempo a casa nostra, ci giocavamo un po tutti, in particolare mio padre che comprò addirittura le costruzioni con cui farlo divertire, era il figlio maschio che non aveva avuto, potè abbandonare un pò le bambole con cui giocava insieme a me e mia sorella. Il piccolo voleva venire sempre da noi, abitavamo sullo stesso pianerottolo, per lui era una volata scappare da casa sua e suonare al nostro campanello. Cercava sempre mio padre o mia padre cercava lui, lo faceva giocare, gli leggeva delle storie e, crescendo, lo aiutò in qualche compito di scuola. Gli risentiva le tabelline,  storia, lo aiutava ad imparare le poesie a memoria. Spesso il bimbo cenava anche con noi, era diventato quasi un fratello più piccolo.

Poi, quando aveva circa nove anni, la sua famiglia si trasferì altrove e, pian piano, si diradarono anche i contatti. Mio papà, nel corso degli anni, si era  sempre  informato su di lui e fu molto contento quando seppe che il bimbo, ormai grande, aveva intrapreso la sua stessa carriera lavorativa. Le ultime notizie lo davano trasferito in un’altra città.

Mio papà è venuto a mancare ormai da vent’anni e, poichè era lui che teneva i contatti, da allora non ho più avuto notizie del bimbo. Onestamente non ho più pensato a lui, fino a ieri sera quando ho letto il suo messaggio su instragram. È stata un’emozione molto forte, primo per  l’ennesima conferma di che uomo meraviglioso sia stato mio padre e di quanti bei ricordi abbia lasciato in tante persone e poi, immediatamente, è tornata a farmi sorridere l’immagine di mio padre e del bimbo che sorridenti, seduti in mezzo alle costruzioni, giocavano insieme.

Essendo giorni che penso spesso a mio padre, dicendomi quanto lo vorrei vicino perchè i suoi consigli sono sempre stati preziosi ed in questo momento ne avrei proprio bisogno, voglio leggere tutto ciò come un segno del destino che ha cercato di dirmi qualcosa, non mi resta che capire cosa.