La Cassa

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernest Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo con una cassa sulle spalle.

Socchiuse gli occhi cercando di mettere a fuoco l’immagine. Dietro le colline, ad ovest della prateria, il sole emetteva gli ultimi bagliori prima delle tenebre.

“Ma è Karl !” esclamò tra i denti “che diamine ci fa qui a quest’ora!”

Attese pazientemente che l’ombra si materializzasse, non poteva rischiare che i vicini di casa lo sentissero, non voleva che la verità venisse a galla.

Aprì il portone del cancello e lo fece entrare, richiudendolo un attimo prima che la polizia passasse davanti casa.

“Ma sei matto? A quest’ora ci vedono tutti, eravamo d’accordo dopo il tramonto !

Ma Karl era su di giri:  erano giorni che aspettava quel momento e nulla e nessuno lo avrebbe fermato.

Prese la cassa e la adagiò con fatica davanti alla porta della cantina, non pensava potesse essere così pesante.

“Sicuro che nessuno ti abbia visto?”,  gli chiese, poi fissò la cassa “Cazzo, è uscito del liquido, è viscido,  guarda la tua giacca, è tutta rossa e poi puzzi da far schifo, vai a cambiarti!”.

Un galoppio risuonò lungo la strada. “Ci hanno beccati”, pensò un attimo prima che il suono degli zoccoli dei cavalli della polizia locale si perdesse in fondo alla via.

Karl si tolse immediatamente la giacca, aprì la porta dello scantinato e la gettò giù dalle scale rimanendo in maniche di camicia. Il cravattino risaltava sulla camicia chiara ed una piccola macchia rossastra si intravvedeva all’altezza della cintola.  Rabbrividì.

“Gli altri quando arrivano?”

L’impazienza di Karl iniziava a dargli sui nervi. Ernest era abituato a pianificare tutto, fin nei minimi particolari, anche nell’abbigliamento. Sapeva dei pericoli ai quali sarebbe andato incontro trasportando quella cassa e mai e poi mai avrebbe indossato qualcosa di chiaro. Il rischio di essere arrestati o, peggio ancora, di fare una brutta fine, si faceva sempre più concreto. Bastava leggere qualche giornale locale, ascoltare il sussurrio del popolo per comprendere come la polizia stessa avesse smesso da tempo di credere nel sistema giudiziario arrivando a farsi giustizia da sè. William H.,Eduard K., Paul B. erano solo alcuni degli uomini che quel giorno avevano lasciato questo mondo sotto il colpo delle baionette, rei di aver posto resistenza all’arresto.

Ernest Kazirra fissò Karl dritto negli occhi e con disapprovazione scosse la testa. “Come sempre, appena fa buio, dovresti saperlo”, rispose secco, guardando preoccupato la casa in stile ottocento che confinava con la sua proprietà. Attraverso gli scuri socchiusi si intravvedevano delle figure “dobbiamo fare attenzione, i Thompson si sono insospettiti”.

Non era la prima volta che trasportavano casse, ma non era mai capitato che fuoriuscissero dei liquidi. Dobbiamo stare più attenti, si disse, ripensando a quella volta che la polizia bussò alla porta di casa, insospettita da quegli strani rumori.

Karl si avvicinò alla recinzione sul retro della villa e scostò dei legni mettendo in evidenza un piccolo varco.  “Aspettiamo in cantina”, disse al padrone di casa.

La gente iniziò ad arrivare alla chetichella, passando attraverso quel passaggio segreto.  

Tre tocchi alla porta e poi subito la parola d’ordine: “Hover”. Per fortuna nessun infiltrato, pensò Ernest Kazirra, aprendo ogni volta la porta con circospezione.

Karl si piazzò sulle scale del seminterrato, il suo compito era quello della raccolta gli  oboli. Venti dollari per poter accedere, il resto in base alle necessità.

Ernest sollevò a fatica la cassa e la portò giù dalle scale, posizionandola insieme alle altre.

Prese uno straccio e pulì il lungo rivolo rosso.

La cantina iniziò a riempirsi di un denso fumo grigio, l’odore dei sigari impregnò gli abiti ed oscurò la luce della lampada ad olio.

Karl aprì la prima cassa e nell’aria si sollevò un urlo collettivo. Le mani iniziarono a rovistare nelle tasche e le banconote sgualcite fecero capolino trasformandosi via via in bandiere sventolanti.

“Due, dammene due”, “Io ne voglio tre”. “C’ero prima io, levati di mezzo!”.

Parevano insaziabili. Eppure il discorso del Presidente Roosevelt avrebbe dovuto calmare gli animi.

“Dammi quella bottiglia, bastardo, era mia!”. “Riempimi il bicchiere o ti spacco la faccia”,

Ernest Kazirra sospirò, l’imminente fine del proibizionismo stava minando le sue sicurezze, avrebbe dovuto reinventarsi, trovare soluzioni alternative che gli permettessero di mantenere la sontuosa villa che aveva appena finito di ampliare coi proventi della vendita illegale dell’alcol.

Guardò fuori dalla finestra, gli scuri dei vicini erano chiusi, il sole era sparito dietro alle colline E L’OMBRA DELLA NOTTE SCENDEVA.

− Sono preoccupato, mia moglie passa le sue serate da un bar all’altro.

− Ha il vizio di bere?

− No, ha il vizio di cercarmi.

Gino Bramieri

3 pensieri riguardo “La Cassa”

    1. “Conoscendoti avevo pensato ad un cadavere”… 🤣🤣🤣 ammetto che all’inizio del compito mi ero indirizzata su un omicidio (il problema non era il “chi” (già individuato), ma il “come”)… poi ho deciso di darmi all’alcol 😘🤣🤣🤣🤣🤣🤣🤣🤣🤣

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